Un solo no per cancellare ogni istanza della Procura di Roma. La domanda più chiara, che sul caso Delmastro premeva al lavoro degli inquirenti, era: ci autorizzate a guardare nel telefonino di Mauro Caroccia, essendo il presunto prestanome del clan Senese in rapporti con l’allora sottosegretario, “per la necessità di confrontare corrispondenza e completezza tra la documentazione prodotta dalla sua difesa e i dati presenti nel suo cellulare”? Ecco perché il muro alzato mercoledì dalla maggioranza, con il no all’acquisizione delle chat - tutte, anche quelle che erano state depositate, successivamente e volontariamente, dal politico meloniano, non indagato - apre la strada alle questioni da sollevare alla Consulta. Non uno, ma tre ricorsi. E il mondo cattolico insorge dopo le parole pronunciate a Montecitorio da Galeazzo Bignami, presidente dei deputati FdI, contro Oscar Luigi Scalfaro.
Un solo no per cancellare ogni istanza della Procura di Roma. La domanda più chiara, che sul caso Delmastro premeva al lavoro degli inquirenti, era: ci autorizzate a guardare nel telefonino di Mauro Caroccia, essendo il presunto prestanome del clan Senese in rapporti con l’allora sottosegretario, “per la necessità di confrontare corrispondenza e completezza tra la documentazione prodotta dalla sua difesa e i dati presenti nel suo cellulare”? Ecco perché il muro alzato mercoledì dalla maggioranza, con il no all’acquisizione delle chat - tutte, anche quelle che erano state depositate, successivamente e volontariamente, dal politico meloniano, non indagato - apre la strada alle questioni da sollevare alla Consulta. Non uno, ma tre ricorsi. E il mondo cattolico insorge dopo le parole pronunciate a Montecitorio da Galeazzo Bignami, presidente dei deputati FdI, contro Oscar Luigi Scalfaro.
Il primo ricorso è già in preparazione in pieno agosto, affidato a due professori universitari. Che chiederanno al giudice delle leggi di superare uno dei vari nodi che il caso Delmastro si lascia alle spalle, tra urla e bagarre. Ovvero: com’è stato possibile che persino al presidente della giunta per le autorizzazioni, Devis Dori, sia stato impedito, contro regole e prassi che già prevedono il divieto alla diffusione, di accedere al materiale inviato dai pm in quel dischetto bianco poi chiuso in cassaforte dal presidente della Camera Lorenzo Fontana. «Sono al lavoro due costituzionalisti, mi appresto a sollevare la questione neanche da deputato - sottolinea con Repubblica l’avvocato e presidente Dori, di Avs - ma da presidente dell’organo che deve esaminare le richieste per l’autorizzazione a procedere. Quanto avvenuto va oltre la violazione dell’articolo 8 del regolamento». Su un parallelo piano, si muove la Procura guidata da Franco Lo Voi. Che sta valutando di affidare alla Consulta sia il nodo dello stop a quelle chat, sia la tutela delle garanzie dell’indagato. Analoga impugnazione la firmerà la difesa di Caroccia, determinato a respingere l’accusa di aver riciclato capitali mafiosi nel locale delle Bisteccherie d’Italia. «È un danno al diritto di difesa, da quelle chat non emerge nulla», spiega infatti a Repubblica l’avvocato Fabrizio Gallo, il legale di Caroccia.
Intanto non cala il clamore per le parole pronunciate in aula, mercoledì sera, da Bignami, contro l’ex Capo dello Stato Scalfaro, che fu anche giovane “padre” costituente (aveva 27 anni, nel 1946). Il nipote dell’ex presidente della Repubblica, Paolo Cattaneo, dichiara di provare “compassione”: «Si usa mio zio per attaccare gli altri. E poi è penoso è che un parlamentare non si documenti, l’ignoranza è una cosa brutta. Si ha la sensazione di un intervento di gente che è alla canna del gas». Anche Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale, tuona: fuori asse la tesi per cui, senza l’elezione di Scalfaro, Borsellino sarebbe diventato presidente della Repubblica, e le parole di Bignami “hanno sfondato il muro del livore e del fango”.