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“Guardarsi anche dagli amici”. L’amarezza di Ranucci che si sente tradito

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Il volto di Report racconta di non aver mai pensato a una candidatura o a impegni nel mondo della politica
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ROMA – Li ha contati: cento articoli usciti da una parte, una cinquantina di servizi televisivi dall’altra, «una character assassination mai vista qui in Italia». Per questo, quando ieri Sigfrido Ranucci ha letto quelle parole nell’ordinanza di custodia che ha portato in carcere il suo amico Valter Lavitola, non ha potuto fare a meno di far notare alle persone che gli sono più vicine due cose: «Avete letto che io sono sempre e soltanto indicato come parte lesa in questa storia e invece mi hanno dipinto come qualcosa di diverso, lasciando intendere chissà che ruolo avessi avuto in una bomba davanti a casa mia, dove c’erano i miei figli». Ma Ranucci sa che, evidentemente, il problema non sono soltanto quelli che gli vogliono male esplicitamente: «Oltre che dai nemici mi dovevo guardare dagli amici…», si è sfogato, mentre poche ore prima aveva scritto sui social ricordando la mamma. «Trovo consolatorio che tu non possa vedere persone, vicine e lontane, che come maiali razzolano nel fango…

ROMA – Li ha contati: cento articoli usciti da una parte, una cinquantina di servizi televisivi dall’altra, «una character assassination mai vista qui in Italia». Per questo, quando ieri Sigfrido Ranucci ha letto quelle parole nell’ordinanza di custodia che ha portato in carcere il suo amico Valter Lavitola, non ha potuto fare a meno di far notare alle persone che gli sono più vicine due cose: «Avete letto che io sono sempre e soltanto indicato come parte lesa in questa storia e invece mi hanno dipinto come qualcosa di diverso, lasciando intendere chissà che ruolo avessi avuto in una bomba davanti a casa mia, dove c’erano i miei figli». Ma Ranucci sa che, evidentemente, il problema non sono soltanto quelli che gli vogliono male esplicitamente: «Oltre che dai nemici mi dovevo guardare dagli amici…», si è sfogato, mentre poche ore prima aveva scritto sui social ricordando la mamma. «Trovo consolatorio che tu non possa vedere persone, vicine e lontane, che come maiali razzolano nel fango per cercare di sporcare me e il lavoro a cui ho dedicato la mia vita. Ma trovo consolatorio che proprio grazie agli strumenti che tu e papà mi avete donato non riusciranno a distruggere la mia storia, né umana, né professionale. Per questo ti sarò riconoscente, a te e a chi a causa mia, avendo la sola colpa di starmi a fianco, sta sopportando tutto questo male, sempre e per sempre».

Subito dopo la perquisizione Ranucci aveva avuto parole al miele per Lavitola, diceva che no, non avrebbe mai potuto tradirlo. Ma ieri, leggendo le pagine, è chiaro che le coincidenze sono troppe, che i collegamenti tra Lavitola, Tavares e gli esecutori materiali dell’attentato sono troppi per non essere veri e che, allora, qualcosa è successo. Come e perché non se lo spiega, il conduttore di Report. Ma è evidente che lo zampino di Lavitola c’è. E che questa storia della candidatura abbia avuto un ruolo cruciale.

«Eppure», si è sfogato più volte ieri Ranucci, «lo sapeva benissimo che io mai mi sarei candidato». In realtà è scritto anche negli atti, dove è allegato un messaggio del giornalista in cui spiega all’amico Valter che no, lui non è disponibile alla candidatura. Quella candidatura che aveva definito come non praticabile anche nelle interviste, a partire da quella a Repubblica, rilasciata nelle ore immediatamente successive all’esplosione della bomba. «L’obiettivo di Lavitola era di togliermi da Report… Lo dice lui. Ed è quello che ora sta succedendo», ripeteva ieri Ranucci, commentando gli atti che venivano pubblicati dalle agenzie e sui siti. Perché il suo cruccio resta quello: è convinto che tutto questo sia accaduto perché qualcuno aveva interesse a delegittimare il lavoro di Report.

Lavoro che non è stato toccato dall’ordinanza di custodia. In nessun passaggio il gip fa riferimento a possibili interferenze di Lavitola nel lavoro della redazione, se non in una conversazione avuta con un giornalista della trasmissione che, anzi, ha raccontato di aver avuto l’impressione che Lavitola volesse depistare le indagini a suo carico. In realtà i carabinieri hanno depositato un’informativa specifica proprio sui tentativi di Lavitola di indirizzare il lavoro di Report, con interventi sia sui servizi che lo riguardavano sia rispetto ad altre inchieste.

Ma in fondo quello di «manipolare», come scrive il gip, era proprio il lavoro che l’ex direttore dell’Avanti avrebbe fatto sin dal principio nella sua amicizia con Ranucci. Spesso anche con mosse poco chiare. A partire proprio da quel sondaggio che il giornalista-ristoratore ha commissionato a una società per testare la popolarità del conduttore dei Report. E lo ha fatto per il tramite di un intermediario molto particolare: Michelino Davico, ex senatore leghista e sottosegretario agli Interni, da tempo amico di Lavitola. Perché un politico del genere volesse testare la popolarità di Ranucci è un mistero. «Tanti», ripete da giorni il giornalista, «ce ne sono in questa storia».

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