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Ranucci, arrestato Lavitola: “L’attentato per favorire la sua discesa in campo”

(lapresse)

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La procura di Roma contesta all’ex direttore dell’Avanti il “metodo mafioso” Il gip: la vittima era all’oscuro. Mandato di cattura per l’intermediario Tavares
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Un sole feroce batte su Roma. Due Alfa Romeo Giulia dei carabinieri attraversano la città svuotata dall’agosto e puntano verso Monteverde Vecchio, quartiere residenziale incastonato tra Villa Pamphilj e il Gianicolo. Destinazione: casa di Valter Lavitola, il ristoratore, il faccendiere, l’ex direttore dell’Avanti!, l’uomo del grande ricatto a Silvio Berlusconi. Questa volta, secondo la procura di Roma, è la mente dell’attentato al suo amico Sigfrido Ranucci.

È da poco passata l’una, in piena ora di pranzo, quando i militari citofonano. Il portone si apre e una decina di carabinieri scompare dentro il palazzo, diretta all’appartamento. Difficile immaginare Lavitola sorpreso, da giorni ripeteva di aspettarsi l’arresto. Fuori, intanto, la str…

Un sole feroce batte su Roma. Due Alfa Romeo Giulia dei carabinieri attraversano la città svuotata dall’agosto e puntano verso Monteverde Vecchio, quartiere residenziale incastonato tra Villa Pamphilj e il Gianicolo. Destinazione: casa di Valter Lavitola, il ristoratore, il faccendiere, l’ex direttore dell’Avanti!, l’uomo del grande ricatto a Silvio Berlusconi. Questa volta, secondo la procura di Roma, è la mente dell’attentato al suo amico Sigfrido Ranucci.

È da poco passata l’una, in piena ora di pranzo, quando i militari citofonano. Il portone si apre e una decina di carabinieri scompare dentro il palazzo, diretta all’appartamento. Difficile immaginare Lavitola sorpreso, da giorni ripeteva di aspettarsi l’arresto. Fuori, intanto, la strada si popola di telecamere, fotografi e cronisti. Dentro si aprono armadi e cassetti. È la seconda perquisizione dopo quella del 4 luglio, il giorno in cui Lavitola aveva scoperto di essere diventato il protagonista dell’inchiesta della Dda di Roma guidata da Maria Cristina Palaia.

Per i pm Carlo Villani ed Edoardo De Santis sarebbe stato lui a dare a Clesio Tavares Gomes il mandato di trovare uomini capaci di procurarsi dell’esplosivo e farlo saltare davanti alla casa di Ranucci. Un piano apparentemente assurdo: fare del male all’amico per «fargli del bene». La bomba, sostiene il gip, avrebbe dovuto trasformare il conduttore di Report in un bersaglio della criminalità organizzata, metterlo al riparo dai tentativi di estrometterlo dalla trasmissione e moltiplicarne la popolarità in vista di quella discesa in politica alla quale Lavitola lavorava almeno dal 2024. E, attraverso l’ascesa dell’amico — all’oscuro del piano criminale — ritagliarsi anche lui «un posto di rilievo nel panorama politico italiano».

A trasformare l’idea in un attentato sarebbe stato Clesio Tavares, l’amico che Lavitola chiamava «figlio mio». Si erano conosciuti dieci anni prima nel carcere di Secondigliano e per quasi quattro mesi avevano condiviso la stessa sezione, seppure in celle diverse. Clesio sarebbe diventato la cerniera con gli uomini indicati come esecutori materiali: Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Una Fiat 500X nera presa a noleggio, un ordigno di «gelatina da cava» e, alle 22.17 del 16 ottobre 2025, la notte di Pomezia si illumina per l’esplosione davanti alla villetta del conduttore di Report.

Quasi dieci mesi dopo, alle 14.30, il portone di Monteverde si riapre. Stavolta ne esce Lavitola. Camicia azzurra, jeans e scarpe da ginnastica. Fa pochi passi verso la Giulia scura mentre fotografi e telecamere gli si stringono addosso. Sale sul sedile posteriore. Lo sportello si chiude.

Gli vengono contestati, in concorso, la detenzione, il porto e l’utilizzo illegale dell’esplosivo, la minaccia grave e il danneggiamento, con le aggravanti del numero dei partecipanti e delle modalità mafiose.

La Giulia riparte verso la caserma di via In Selci con a bordo i colonnelli Adolfo Angelosanto e Dario Ferrara. Ma mentre Lavitola lascia Monteverde, altri carabinieri entrano in un altro pezzo della sua vita: il Cefalù Bistrot di Pesce ai Quattro Venti, il suo ristorante, luogo di incontri e dei pranzi con Ranucci. Anche lì si aprono porte, cassetti, si cercano carte. Poi la saracinesca si abbassa.

Per Lavitola resta l’ennesimo viaggio verso il carcere. Destinazione Rebibbia. Torna dietro le sbarre l’uomo che dieci anni fa, in un’altra prigione, aveva conosciuto Clesio, oggi fuggito in Camerun e destinatario dello stesso provvedimento di arresto: al Tg1 ha detto che «non tornerà in Italia». Proprio a lui avrebbe affidato il compito più machiavellico: mettere una bomba sotto casa di un amico per renderlo più potente.

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