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Lavitola diceva a Ranucci: “Fra due anni sarai il presidente”

Il giornalista Sigfrido Ranucci con Gomes Clesio Tavares e Valter Lavitola

 (ansa)

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Un carabiniere a luglio lo stuzzica: “Lei lo ha fatto per fare del bene”. E il faccendiere intercettato dirà: “Mi ha fottuto, è così”
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«Lei mi scriva su un foglio di carta un movente per il quale avrei fatto l’attentato a Ranucci. Un movente qualsiasi. E io lo confesso». È il giorno dopo la perquisizione e Valter Lavitola racconta, con il suo stile, cosa è accaduto a un suo conoscente. Sta ricordando il confronto avuto poche ore prima con il colonnello dei carabinieri Dario Ferrara. Lavitola è convinto di avere dalla sua parte un argomento insuperabile: Sigfrido Ranucci è un suo amico, mangiano insieme «minimo due o tre volte al mese», perché mai avrebbe dovuto mettergli una bomba sotto casa? Sfida l’investigatore a trovargli una ragione. Il colonnello gliela trova: «Per fargli del bene». La reazione di Lavitola, intercettata, è uno dei passaggi centrali dell’inchiesta: «Cazzo, mi ha fottuto». E poi: «Se quello mi pigliava in parola» e gli avesse messo davanti un foglio, «avrei firmato».

È da quella frase che gli investigatori cominciano a mettere a fuoco il movente dell’attentato del 16 ottobre 2025. Fino a quel mom…

«Lei mi scriva su un foglio di carta un movente per il quale avrei fatto l’attentato a Ranucci. Un movente qualsiasi. E io lo confesso». È il giorno dopo la perquisizione e Valter Lavitola racconta, con il suo stile, cosa è accaduto a un suo conoscente. Sta ricordando il confronto avuto poche ore prima con il colonnello dei carabinieri Dario Ferrara. Lavitola è convinto di avere dalla sua parte un argomento insuperabile: Sigfrido Ranucci è un suo amico, mangiano insieme «minimo due o tre volte al mese», perché mai avrebbe dovuto mettergli una bomba sotto casa? Sfida l’investigatore a trovargli una ragione. Il colonnello gliela trova: «Per fargli del bene». La reazione di Lavitola, intercettata, è uno dei passaggi centrali dell’inchiesta: «Cazzo, mi ha fottuto». E poi: «Se quello mi pigliava in parola» e gli avesse messo davanti un foglio, «avrei firmato».

È da quella frase che gli investigatori cominciano a mettere a fuoco il movente dell’attentato del 16 ottobre 2025. Fino a quel momento avevano ricostruito la catena: gli esecutori materiali, Gomes Clesio Tavares come uomo di collegamento, Lavitola al vertice. Mancava la risposta alla domanda più difficile: perché ordinare un attentato contro un amico? La risposta arriva dal suo telefono. Lavitola coltivava almeno dal 2024 un progetto: portare Ranucci in politica, possibilmente fino a Palazzo Chigi, ritagliandosi un proprio ruolo. «E fra 2 anni fai il presidente», gli scrive il 29 luglio 2024, mentre il conduttore di Report gli racconta le difficoltà in Rai. Sullo sfondo ci sono le polemiche che avevano investito la trasmissione e che, si legge negli atti, erano «tese a mettere in discussione la conduzione di Report da parte di Ranucci». Nei mesi successivi Lavitola insiste. Ogni attacco diventa un vantaggio. Quando Ranucci nel giugno 2025 gli confida «sono stanco Walter», Lavitola risponde: «Ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente». Per il gip è un passaggio chiave: presentare Ranucci come vittima degli attacchi al giornalismo poteva aumentarne consenso e popolarità.

Il rapporto tra i due è stretto. Ranucci frequenta il ristorante di Lavitola e conosce anche Gomes, il suo factotum che per l’accusa diventerà il raccordo con gli esecutori. Una fotografia li ritrae insieme già nel 2022. Il 17 ottobre 2024, alla domanda se Lavitola possa essergli utile, Ranucci risponde con una battuta: «Mi dovresti prestare Gomes». Passaggi che dimostrano la conoscenza tra i due, ma non altro. Il gip lo mette nero su bianco: «Allo stato non è emerso alcun elemento» per ritenere che Ranucci fosse d’accordo con Lavitola. Il giornalista è la persona offesa e «vittima della manipolazione».

Tornando alla ricostruzione dei fatti, il progetto politico è per il faccendiere assai concreto. Lavitola commissiona un sondaggio sul «potenziale elettorale, immagine e credibilità politica» di Ranucci. Il giornalista dà suggerimenti sulle domande, spiegando però di essere sempre contrario alla candidatura. Lavitola invece ci crede: «Questo non sarebbe una pre-candidatura, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento. Io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla». È qui che, secondo l’ordinanza, si colloca la bomba. Il movente sarebbe duplice: rendere più difficile estromettere Ranucci da Report, dopo averlo trasformato in un bersaglio, e «aumentare esponenzialmente» la sua popolarità per la discesa in campo.

Ma c’è un secondo capitolo: il depistaggio. Dopo l’attentato, Lavitola indica piste alternative. A Ranucci parla di «intelligenze straniere», servizi segreti e camorra e lo spinge a chiedere un rafforzamento della scorta. Scrive il gip: Lavitola avrebbe avanzato ipotesi sui responsabili «compiendo chiaramente un vero e proprio depistaggio». E il tentativo, secondo il giudice, continua quando scopre di essere indagato. Dopo la perquisizione parla per circa due ore con Ranucci, ma evita di raccontargli proprio il movente «per fargli del bene» indicato dal colonnello Ferrara. Poi riferisce a un conoscente che Ranucci, appresa l’accusa, lo aveva difeso: «Ieri notte siamo rimasti due ore al telefono, incazzato nero dicendo “questi sono matti”, difendendomi. Ora io spero che continui a farlo. Questo è un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia».

Per Lavitola quella difesa serve anche alla propria immagine: «Già se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi». Ma teme che l’amico possa cambiare idea. «Dovrò attaccare un mio fratello? Cavolo, sempre con mio fratello? Dovrò mettermi contro un fratello?». Nei giorni successivi alla perquisizione, intercettato, Lavitola si lascia andare anche a un’altra frase: «Ma come cazzo non fanno ad arrestarmi questi?». Aveva ragione, Valter.

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