Migranti, Meloni teme strappi. Contatti tra Roma e Berlino ma Salvini torna all’attacco
di Lorenzo De Cicco , Alessandra ZinitiMatteo Piantedosi e Giorgia Meloni
(agf)ROMA – Giorgia Meloni non vuole (e forse non può permettersi) strappi con la Germania, l’unico big Ue con cui il suo governo trova sponde a Bruxelles, vista la crisi diplomatica con Sanchez e la relazione complicata con Macron. Ecco perché da Palazzo Chigi, come dalla Farnesina, si prova a gettare acqua sul fuoco, all’indomani della decisione del governo tedesco di rispedire nel nostro Paese i migranti «secondari», arrivati nei land dopo il primo approdo in Italia. Ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sentito l’omologo Johann Wadephul, più altri della Cdu, con cui FI è gemellata. Pontieri in azione, per disinnescare la crisi: sempre Tajani ha avuto uno scambio con il tedesco Manfred Weber, presidente del Ppe, rilanciando un’intervista di quest’ultimo, che chiedeva all’Ue di rafforzare Frontex e aprire hub in Africa. Nessun accenno a Berlino, solo su Ceuta: «Scelte unilaterali di singoli Paesi non possono scaricare le conseguenze sui partner, l’immigrazione si governa insi…
ROMA – Giorgia Meloni non vuole (e forse non può permettersi) strappi con la Germania, l’unico big Ue con cui il suo governo trova sponde a Bruxelles, vista la crisi diplomatica con Sanchez e la relazione complicata con Macron. Ecco perché da Palazzo Chigi, come dalla Farnesina, si prova a gettare acqua sul fuoco, all’indomani della decisione del governo tedesco di rispedire nel nostro Paese i migranti «secondari», arrivati nei land dopo il primo approdo in Italia. Ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sentito l’omologo Johann Wadephul, più altri della Cdu, con cui FI è gemellata. Pontieri in azione, per disinnescare la crisi: sempre Tajani ha avuto uno scambio con il tedesco Manfred Weber, presidente del Ppe, rilanciando un’intervista di quest’ultimo, che chiedeva all’Ue di rafforzare Frontex e aprire hub in Africa. Nessun accenno a Berlino, solo su Ceuta: «Scelte unilaterali di singoli Paesi non possono scaricare le conseguenze sui partner, l’immigrazione si governa insieme». Anche l’ambasciatore tedesco a Roma, Thomas Bagger, via “X” prova a spargere miele: «La Germania e l’Italia collaborano su tutte le questioni migratorie e per l’attuazione» del nuovo patto migranti. Ci pensa però l’altro vicepremier, Matteo Salvini, a rinfocolare i dissidi, peraltro dopo un incontro con Meloni proprio sui migranti. Da Rete4, con un’intervista già registrata, bersaglia il governo Merz: «Sono in difficoltà in casa e quindi attaccano il governo italiano. Non siamo il campo profughi d’Europa, richiamino le Ong tedesche». Le stesse che ora protestano per essere state attaccate, l’altro ieri, dal Viminale.
Dopo quella prima ruvida replica del ministero dell’Interno, da Palazzo Chigi però abbassano i toni. Viene spiegato che una soluzione sui migranti secondari «si troverà». La cerchia della premier insiste su Ceuta, terreno di propaganda più agevole: «La situazione è ancora fuori controllo», è la linea. Il ministro Matteo Piantedosi giovedì riferirà alle Camere, accettando l’invito del presidente del comitato Schengen, il dem Graziano Delrio.
Tutto risolto con Berlino? In realtà no. L’esecutivo di Merz vuole rimandare in Italia i migranti arrivati in Germania da gennaio 2026. Meloni solo quelli che hanno lasciato lo Stivale dal 12 giugno, quando è entrato in vigore il nuovo patto. E c’è un’urgenza a strettissimo giro: le autorità tedesche hanno già programmato la prima espulsione, di una cittadina somala, all’alba del 19 agosto. Verrà messa su un aereo e riportata in Italia. Il governo ancora non ha deciso che fare. Accoglierla eviterebbe (o rimanderebbe) fratture con Merz, ma si farebbe sicuro sentire la concorrenza a destra di Vannacci. Spedire la polizia in aeroporto per riaccompagnare la migrante in Germania sarebbe un segnale fin troppo tranchant. C’è un precedente però, di cui sono a conoscenza al Viminale: nell’ottobre 2018, proprio mentre la Germania preparava charter con i migranti secondari verso l’Italia, Salvini minacciò di «chiudere gli aeroporti, come i porti». Il capo di gabinetto era Piantedosi. Al governo vorrebbero evitare però un contrasto così plateale e non privo di conseguenze.
Ufficialmente, Meloni prova a parlare d’altro. Ieri ha rilanciato un messaggio social con la premier danese (del Pse) Mette Frederiksen, molto simile ad altre iniziative già lanciate in tandem nelle scorse settimane, in cui si chiede all’Ue di aprire nuovi hub in paesi terzi. Intanto però deve fronteggiare altri grattacapi in patria. Le nuove regole del nuovo patto migrazioni dell’Ue sono finite subito sotto le forche caudine dei giudici. Arrivano le prime sentenze che disapplicano uno dei pilastri dell’impianto normativo con cui l’Europa vuole blindare i suoi confini: le procedure accelerate di frontiera. Tre sentenze del tribunale di Palermo hanno stabilito che, senza una valutazione individuale dei singoli casi, le procedure sono illegittime e hanno annullato il diniego della protezione internazionale deciso rapidamente dalla Commissione territoriale di Agrigento nei confronti di tre migranti arrivati dall’Egitto (uno dei Paesi inseriti nella lista europea di quelli «sicuri»). Le loro richieste di asilo devono essere riesaminate con la garanzia di un’attenta valutazione dei casi individuali.