La miccia l’ha accesa una vecchia conoscenza di Salvini. «Matteo, non sei più credibile, devi lasciare». È stato Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, ex deputato leghista non più ricandidato dal capo, a dare il via alla rivolta della base lombarda al direttivo regionale del Carroccio. Con lui altri quattro dirigenti al grido di «dimissioni». Così le segreterie provinciali di Bergamo, Brescia e Varese, alcuni sindaci e assessori regionali hanno chiesto esplicitamente al segretario di farsi da parte.
Del resto, almeno una ventina dei trentuno interventi succedutisi venerdì scorso nella sede di via Bellerio a Milano sono stati assai polemici nei confronti del leader che pure aveva convocato la riunione proprio per sedare malumori e insofferenza dell’ala lombarda. Ormai vero epicentro del malcontento. Una rivolta, non più silenziosa, guidata dal governatore Attilio Fontana e dal coordinatore regionale e capogruppo in Senato Massimiliano Romeo.
A tre giorni di dist…
La miccia l’ha accesa una vecchia conoscenza di Salvini. «Matteo, non sei più credibile, devi lasciare». È stato Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, ex deputato leghista non più ricandidato dal capo, a dare il via alla rivolta della base lombarda al direttivo regionale del Carroccio. Con lui altri quattro dirigenti al grido di «dimissioni». Così le segreterie provinciali di Bergamo, Brescia e Varese, alcuni sindaci e assessori regionali hanno chiesto esplicitamente al segretario di farsi da parte.
Del resto, almeno una ventina dei trentuno interventi succedutisi venerdì scorso nella sede di via Bellerio a Milano sono stati assai polemici nei confronti del leader che pure aveva convocato la riunione proprio per sedare malumori e insofferenza dell’ala lombarda. Ormai vero epicentro del malcontento. Una rivolta, non più silenziosa, guidata dal governatore Attilio Fontana e dal coordinatore regionale e capogruppo in Senato Massimiliano Romeo.
A tre giorni di distanza dalla resa dei conti emergono i particolari di un vertice ad alta tensione che segnerà, con molta probabilità, un punto di non ritorno nel declino della leadership del vicepremier. Dopo il summit, proprio per i contenuti ad alto “rischio”, ai dirigenti lombardi era stato impartito l’ordine di non parlare e di non spifferare nulla del processo andato in scena per oltre quattro ore in una Milano rovente e già semideserta. Ma quanto emerso era dirompente, troppo, per restare coperto dalla consegna del silenzio.
I presenti raccontano che anche Fontana ha preso la parola. Il governatore, per ragioni di diplomazia, non ha chiesto un passo indietro ma ci è arrivato molto vicino: «La Lega deve tornare di lotta e di governo e per far questo serve un passo di lato del segretario affinché si allarghi la leadership».
Il clima è da notte delle “scope” di maroniana memoria. Cinque dirigenti sono andati dritti verso la richiesta di dimissioni, senza troppe sfumature. Non solo Belotti quindi, ma anche il segretario bergamasco Fabrizio Sala, la segretaria bresciana Roberta Sisti, il sindaco di Pertica Alta (Brescia) Giovanmaria Flocchini e il sindaco di Travagliato, Renato Pasinetti.
Critica nei confronti del segretario anche la deputata Simona Bordonali che infatti non ha firmato la lettera contro il coordinatore regionale Massimiliano Romeo, il quale ha chiesto, in conclusione, «un profondo rinnovamento». Il capogruppo della Lega al Senato e Fontana si muovono insieme.
I parlamentari lombardi salviniani, dodici su sedici, prima del direttivo di venerdì avevano chiesto con una lettera di poter partecipare ai lavori delle direzione. Cosa che non è mai successa prima e che Romeo non ha accettato. La missiva è stata la mossa tentata da Salvini per bilanciare, a favore suo, un direttivo regionale che ormai gli ha voltato le spalle e che gli chiede di dimettersi.
Il segretario, in quarantacinque minuti di discorso, ha parlato di opere pubbliche e dei risultati portati a casa per il Nord grazie al suo ruolo di ministro dei Trasporti e della infrastrutture. Così ha provato sedare la fronda che in Lombardia sembra avere la maggioranza. E infatti la risposta è stata: «Non basta». E qualcuno gli ha fatto notare che così sta trascurando il partito, dunque avrebbe bisogno di un supporto.
Conti alla mano, se i due terzi degli interventi sono stati contro Salvini, la restante parte ha provato a sostenere il vicepremier. Tra questi, la ministra Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini. Il ministro Roberto Calderoli ha ricordato che il congresso è stato fatto un anno fa e che forse era allora che si sarebbero dovute avanzare queste istanze.
Per capire la geografia parlamentare va detto che anche la deputata Silvana Comaroli, di area giorgettiana, non ha firmato la lettera imbeccata dal segretario.
Adesso si guarda al secondo tempo che si aprirà a settembre. Il pratone di Pontida potrebbe sancire il battesimo della corrente di Zaia e dei governatori, quell’associazione del Nord che Salvini vorrebbe scongiurare a tutti i costi.
Prima dello storico incontro, fissato per il 20 settembre, è in agenda anche un altro appuntamento: a Roma, l’8 e il 9 settembre alle Officine Farneto. La chiamano la pre-Pontida nel senso che sarà un momento di passaggio tra la rivolta leghista e ciò che verrà. Ed è qui che il segretario dovrà dare delle risposte, concedere almeno una gestione collegiale o per dirla con le parole di Romeo a Repubblica: «Una squadra» in vista delle politiche.
Salvini ci sta pensando. Si sente forte del fatto che, almeno per il momento, non sia emerso un nome alternativo, che possa sfidarlo per la guida del partito: ma nello stesso tempo sa che non può arrivare a Pontida con una Lega spaccata e senza un’idea. La clessidra per lui sembra correre sempre più veloce.