BERLINO – Abdirisaq Warsame ha ventidue anni e ha già dieci vite alle spalle. Chi ci ha parlato la definisce “terrorizzata” all’idea di ricominciare da capo. Fa il conto alla rovescia dei giorni che le restano con sua madre, con il fratello e gli altri parenti che ha rivisto, finalmente, dopo diciassette lunghi anni di separazione. Al momento è accudita in un centro di accoglienza in Baviera, in attesa di andare a vivere con la sua famiglia. Ma le autorità tedesche vogliono strapparla alla sua nuova vita per trasferirla, tra otto giorni e da sola, in Italia. «Voglio rimanere qui - dice - e voglio fare l’infermiera. Ho già cominciato a imparare il tedesco». La sua famiglia è ben integrata in Germania, da molti anni. E uno dei motivi che l’avevano spinta ad abbandonare la Somalia, sei anni fa, era la recrudescenza del fondamentalismo islamico. Abbiamo raccolto la sua testimonianza attraverso una fonte che la sta assistendo in questi giorni difficili.
BERLINO – Abdirisaq Warsame ha ventidue anni e ha già dieci vite alle spalle. Chi ci ha parlato la definisce “terrorizzata” all’idea di ricominciare da capo. Fa il conto alla rovescia dei giorni che le restano con sua madre, con il fratello e gli altri parenti che ha rivisto, finalmente, dopo diciassette lunghi anni di separazione. Al momento è accudita in un centro di accoglienza in Baviera, in attesa di andare a vivere con la sua famiglia. Ma le autorità tedesche vogliono strapparla alla sua nuova vita per trasferirla, tra otto giorni e da sola, in Italia. «Voglio rimanere qui - dice - e voglio fare l’infermiera. Ho già cominciato a imparare il tedesco». La sua famiglia è ben integrata in Germania, da molti anni. E uno dei motivi che l’avevano spinta ad abbandonare la Somalia, sei anni fa, era la recrudescenza del fondamentalismo islamico. Abbiamo raccolto la sua testimonianza attraverso una fonte che la sta assistendo in questi giorni difficili.
«Sono nata e cresciuta in Somalia. Ma a quattro anni mia madre ha deciso di partire con il mio fratello maggiore per l’Europa. Mio padre era un uomo violento - racconta Abdirisaq - e nel 2009 mia madre scappò da lui. Io ero troppo piccola per affrontare quel viaggio, mia madre mi lasciò a mia nonna». Sei anni fa, però, Abdirisaq finì nelle grinfie del padre. Sua nonna era morta e la ragazza, allora sedicenne, fu venduta dal padre a un uomo ricco che l’avrebbe sposata. «Mio padre mi picchiava, e mi aveva venduto a uno sconosciuto. E i fondamentalisti facevano enormi pressioni su tutti. Allora sono fuggita».
Nel 2020 Abdirisaq comincia la sua odissea. Trascorre quattro anni in Etiopia, un anno in Kenya, attraversa il Sudan e arriva in Libia. Ovunque, «ma soprattutto in Libia» vive momenti agghiaccianti di cui preferisce non parlare. Si limita a dire che «è stata un’esperienza orribile, mi picchiavano di continuo». Il resto, lo si può immaginare.
Dalla Libia la donna somala riesce a raggiungere Lampedusa il 27 febbraio di quest’anno, dopo tre giorni di traversata del Mediterraneo su un gommone stipato di migranti. Abdirisaq è seduta vicino al motore, quando sbarca in Sicilia ha profonde bruciature ed è intossicata dai gas di scarico. A Lampedusa, però, «le persone che ci hanno accolti erano stupende, finalmente abbiamo bevuto, mangiato, ci hanno trattati bene». Ma per le sue bruciature non riesce a ricevere assistenza medica sufficiente: dopo tre giorni la trasferiscono in un centro di accoglienza vicino a Milano. Abdirisaq lo definisce «sovraffollato e sporco», sostiene che non ci fosse il bagno: la fanno dormire in una camerata. Le ferite non curate delle bruciature le fanno male, nessun medico la assiste. Dopo due giorni scappa.
La ventiduenne finisce vicino alla stazione di Milano, vive per strada, si aggiunge ai senzatetto che trovano riparo lì. Ma per fortuna, racconta, la comunità somala la aiuta a sopravvivere. Lei ha un solo pensiero: raggiungere finalmente la Germania. E qui il racconto si fa più vago: Abdirisaq parla di un «uomo» che l’avrebbe ospitata a un certo punto nel suo appartamento e che l’avrebbe aiutata a organizzare il viaggio per attraversare le Alpi e raggiungere la famiglia.
Quando arriva in Germania, le autorità registrano la sua data di arrivo: è il 31 marzo del 2026. E che la sua famiglia sia lì da diciassette anni, che Abdirisaq si sia ricongiunta finalmente con sua madre, che in Germania possa finalmente trovare pace, imparare un mestiere, diventare infermiera, non conta. Per la Germania di Friedrich Merz conta solo non farsi superare a destra dall’Afd. Bisogna applicare brutalmente le nuove regole della Riforma dell’asilo europeo, per il quale le vite non contano nulla, solo la burocrazia degli arrivi.
Le autorità tedesche decidono che Abdirisaq non può chiedere asilo in Germania, dove avrebbe buone possibilità di rimanere per la biografia drammatica che ha alle spalle e per la famiglia che è già lì. Conta solo che la donna sia arrivata con un gommone a Lampedusa, Italia. È lì che deve tornare. Le autorità fanno subito richiesta all’Italia. È la designata: il primo caso in quattro anni di respingimento in Italia da “dublinante”. Il “paziente zero”. Per Giorgia Meloni la lezione è chiara: c’è sempre qualcuno più a destra di te.