Quanto contava Valter Lavitola dentro Report? E soprattutto: quanto pensava di contare? C’è un pezzo dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci che prova a rispondere a queste domande. Lo dimostra un’informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, anticipata ieri da Repubblica, che mette in fila anni di rapporti tra Lavitola, Ranucci e la trasmissione: incontri, messaggi, interviste, suggerimenti per possibili inchieste. Un lavoro che serve agli investigatori soprattutto per rafforzare il movente: Lavitola, secondo l’accusa, avrebbe organizzato l’attentato per «fare del bene» a Ranucci perché considerava quell’amicizia importante e pensava di poterne ricavare dei vantaggi.
A queste domande Ranucci dà una risposta categorica. «Lavitola non ha…
Quanto contava Valter Lavitola dentro Report? E soprattutto: quanto pensava di contare? C’è un pezzo dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci che prova a rispondere a queste domande. Lo dimostra un’informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, anticipata ieri da Repubblica, che mette in fila anni di rapporti tra Lavitola, Ranucci e la trasmissione: incontri, messaggi, interviste, suggerimenti per possibili inchieste. Un lavoro che serve agli investigatori soprattutto per rafforzare il movente: Lavitola, secondo l’accusa, avrebbe organizzato l’attentato per «fare del bene» a Ranucci perché considerava quell’amicizia importante e pensava di poterne ricavare dei vantaggi.
A queste domande Ranucci dà una risposta categorica. «Lavitola non ha mai avuto nessuna influenza sulle inchieste di Report. E l’unica volta che ci ha messo la faccia, con due interviste sulla vicenda Canadair ed eredità Berlusconi, non gli è stato fatto mai alcuno sconto», ha detto più volte in questi giorni. Nell’informativa dei carabinieri vengono ricostruiti diversi episodi. Il primo riguarda il servizio di Report sull’eredità di Silvio Berlusconi. Lavitola viene intervistato e dalle chat estratte dal suo telefono emerge un successivo confronto con Ranucci sui tagli da effettuare all’intervista. Tagli che la redazione asseconda. Normale? Sì, dicono fonti della redazione. Perché riguardavano questioni legali: «Un passaggio che viene fatto normalmente quando il contenuto di un’intervista può porre problemi di questo tipo». Non sarebbe stata quindi una possibilità concessa a Lavitola di intervenire sul servizio, dal quale, fanno notare, non uscirebbe nemmeno bene.
Un altro capitolo del lavoro dei carabinieri riguarda invece i cantieri navali Vittoria. Lavitola fornisce a Ranucci una serie di informazioni e possibili spunti investigativi. Il conduttore manda un giornalista della trasmissione a incontrarlo e ad ascoltare quello che ha da raccontare. L’episodio viene analizzato con particolare attenzione dagli investigatori anche perché si svolge in due tempi: prima dell’attentato e dopo. È vero che Ranucci manda un giornalista a parlare con Lavitola. Ma quel giornalista verifica le informazioni ricevute, dicono da Report, e decide di non utilizzarle. Nessuna delle indicazioni del faccendiere finisce nell’inchiesta. E lo stesso, spiegano dalla trasmissione, sarebbe accaduto con altri spunti forniti nel tempo: ascoltati, verificati e poi abbandonati quando non ritenuti utilizzabili. Il giornalista torna però a parlare con Lavitola della vicenda dopo l’attentato: i carabinieri pensano che il faccendiere volesse far filtrare informazioni per depistare.
Lavitola — come emerge dalle chat con il conduttore — si reca almeno due volte nella redazione del programma Rai. In una circostanza arriva per raccontare a Ranucci una storia particolarmente delicata: sostiene di aver saputo che un ministro avrebbe assoldato un’agenzia per spiare il giornalista. Una circostanza che viene poi denunciata dallo stesso Ranucci all’allora procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone.
C’è poi un elemento che per l’indagine pesa forse ancora di più. Perché Lavitola non si limitava ad avere rapporti con Ranucci: all’esterno, e all’insaputa del conduttore e della redazione, avrebbe più volte fatto pesare quella vicinanza. Avrebbe cioè rappresentato ad altri la propria amicizia con il giornalista come un rapporto importante, accreditandosi una capacità di interlocuzione con Report.
È mettendo insieme questi elementi che i carabinieri provano a dare sostanza al movente. Se Lavitola riteneva così prezioso quel rapporto, se pensava di poterlo spendere e di ricavarne vantaggi, diventa più comprensibile — nella ricostruzione dell’accusa — il paradosso sul quale si fonda l’intera indagine: organizzare un attentato contro un amico per «fargli del bene», per citare la definizione del comandante dei carabinieri Dario Ferrara, rafforzare il legame con lui e presentarsi poi come qualcuno in grado di aiutarlo. Per trasformarsi, però, in quello che di fatto lo sta delegittimando. Proprio quello che da sempre sognavano tutti i nemici di Report.