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Schengen in frantumi, il ritorno dei confini nell’Europa che si blinda

Viaggiatori in arrivo all'aeroporto di Madrid

 

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Non solo Roma e Madrid, ben otto Paesi hanno reintrodotto i controlli alle frontiere. Una misura eccezionale contro immigrazione irregolare e terrorismo sta diventando la regola e spesso viene usata per ragioni politiche. L’esperto: “Così la libera circolazione è a rischio”
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ROMA – Avviso ai viaggiatori. In questa estate di disunione europea bisogna armarsi di pazienza, e controllare due volte di avere con sè i documenti: sono tornati i controlli alle frontiere. I vacanzieri diretti in Spagna lo sanno bene, avendo seguito giorno per giorno la schermaglia sui migranti tra Roma e Madrid. Ma allargando lo sguardo a tutto il Continente, si scopre che dentro l’area di Schengen, sulla carta garanzia di libera circolazione, sono molti i confini dove si può sbattere contro un alt, con procedure di identificazione e relativa attesa. Ben dieci Paesi hanno reintrodotto forme temporanee di controllo. Qualcuno su specifiche frontiere, come l’Austria con i suoi vicini dell’Est (non l’Italia), la Polonia con Germania e Lituania, o noi con la Slovenia. Chi su tutti i punti di ingresso via terra, come la stessa Germania o la Danimarca. Chi, come la Norvegia, sulle persone che sbarcano nei porti. E Francia, Olanda e Svezia pure su quelle che arrivano via aereo.

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ROMA – Avviso ai viaggiatori. In questa estate di disunione europea bisogna armarsi di pazienza, e controllare due volte di avere con sè i documenti: sono tornati i controlli alle frontiere. I vacanzieri diretti in Spagna lo sanno bene, avendo seguito giorno per giorno la schermaglia sui migranti tra Roma e Madrid. Ma allargando lo sguardo a tutto il Continente, si scopre che dentro l’area di Schengen, sulla carta garanzia di libera circolazione, sono molti i confini dove si può sbattere contro un alt, con procedure di identificazione e relativa attesa. Ben dieci Paesi hanno reintrodotto forme temporanee di controllo. Qualcuno su specifiche frontiere, come l’Austria con i suoi vicini dell’Est (non l’Italia), la Polonia con Germania e Lituania, o noi con la Slovenia. Chi su tutti i punti di ingresso via terra, come la stessa Germania o la Danimarca. Chi, come la Norvegia, sulle persone che sbarcano nei porti. E Francia, Olanda e Svezia pure su quelle che arrivano via aereo.

Tre grandi minacce

Questione di sicurezza, dicono tutti in coro. Citando una o più declinazioni di tre grandi pericoli: immigrazione irregolare e spostamenti “secondari” tra i Paesi; terrorismo e criminalità organizzata; minacce ibride (leggi: Russia). Parlare di “sospensione di Schengen” come alcuni fanno è impreciso. Lo stesso accordo infatti prevede che i Paesi possano reintrodurre i controlli ai confini. Ma dispone che sia una misura “di ultima istanza”, necessaria per affrontare gravi ed eccezionali circostanze non altrimenti gestibili, limitata nel tempo e proporzionale. Tutti criteri che si fatica a riscontrare nell’Europa dell’agosto 2026, dove i problemi di cui sopra sono strutturali, non emergenze acute. Ma che da qualche tempo i governi tendono ad applicare in maniera sempre più lasca, prolungando i controlli fino al limite del consentito o riattivandoli periodicamente. «Da anni le eccezioni alla regola della libera circolazione sono diventate sempre più frequenti e soprattutto durature», dice Daniele Gallo, professore di Diritto europeo all’Università Luiss di Roma. «Schengen si sta trasformando in modo sostanziale, diventando uno spazio in cui le frontiere restano formalmente aperte ma di fatto possono essere riattivare in qualunque momento».

Schengen a pezzi

Così, a quarantuno anni dalla firma nell’omonimo villaggio del Lussemburgo, e a trentuno dall’effettiva entrata in vigore, più di qualcuno si chiede se l’accordo simbolo di unità e solidarietà europee stia andando in frantumi. La domanda, in realtà, non è nuova. «Schengen è morto?», scriveva già nel 2015 un padre nobile dell’Europa come Jacques Delors, e a quell’anno terribile può essere ricondotto anche l’inizio della crisi. L’attentato al Bataclan, l’ondata di profughi dalla Siria, le destre che iniziano una travolgente ascesa cavalcando il tema sicurezza e additando proprio Schengen come l’origine dei mali. Il numero di Paesi che rialzano i confini ha un’impennata: è il riflesso pavloviano con cui molti governi, anche progressisti, provano a mostrare ai cittadini di avere il controllo. «Dividersi non è la soluzione», dice Delors, la vera soluzione è rafforzare i meccanismi di cooperazione di polizia, la gestione comune delle frontiere, i canali di immigrazione legale: più unità, più solidarietà con gli Stati frontalieri, più fiducia reciproca, «lunga vita a Schengen».

L’eccezione e la regola

La storia dell’ultimo decennio mostra che non è stato ascoltato. Quegli strumenti comuni ancora latitano, né sembra li possa rafforzare il nuovo patto sui migranti appena entrato in vigore, come mostrano le polemiche sui rimpatri tra Berlino e Roma. Il circolo vizioso tra percezione di insicurezza, sovranismi e frammentazione è diventato ancora più forte. Mentre il numero di controlli “temporanei” non è più sceso, anzi si è impennato durante il Covid, e poi è rimasto alto in questi ultimi anni di crisi geopolitiche in serie. «La disputa tra Italia e Spagna su Ceuta rende evidente quanto in tutte queste decisioni conti la volontà di veicolare un messaggio politico», dice Gallo. «Se si continuano ad usare eccezioni per rispondere a questioni strutturali il rischio di assassinare Schengen è concreto».

Disunione europea

Ora non è il caso che turisti o altri viaggiatori occasionali si preoccupino troppo: non sono certo loro l’obiettivo dei controlli, potrebbero addirittura non accorgersi di nulla. Ma si dovrebbero preoccupare eccome i 450 milioni di cittadini europei a cui la libera circolazione dà oggi la possibilità di trasferirsi e lavorare liberamente in 29 Paesi. Senza Schengen, ha calcolato qualche tempo fa la fondazione Bertelsmann, l’Europa perderebbe ben 470 miliardi di euro di crescita in dieci anni. E con uno Schengen progressivamente svuotato vedrebbe l’integrazione, la strada che molti autorevoli rapporti descrivono come l’unica soluzione, fare un drammatico passo indietro.

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