Maria Falcone replica a Travaglio: “Parole indegne su mio fratello”
Maria Falcone critica il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio per quanto scritto nella rubrica “Ma mi faccia il piacere” a proposito del fratello Giovanni, il giudice ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci.
"Ho letto un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata – afferma sulla pagina Facebook della fondazione Falcone -. Commentando l'articolo del Foglio del 14 agosto, nel quale Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala affermano che 'Falcone non avrebbe cenato con Lavitola', Travaglio liquida la questione con una battuta: 'Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti'. È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti".
La sorella del giudice puntualizza: "Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano”. E poi ripercorre la scelta del fratello: “Quando, nel 1991, Giovanni accettò l'incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro più diverse amicizie e connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato".
Maria Falcone prosegue: "Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un Governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra. Giovanni non apparteneva a un Governo. Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono il consenso della politica. Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani".
"Ed è proprio per questo - aggiunge - che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l'Italia e se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa".