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La tesi di Ranucci tra i fan: “Una regia dietro il mandante. Valter? È un caso psichiatrico”

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A Lavarone per presentare il suo libro. “La Rai mi vuole cacciare. Alla fine l’obiettivo è attaccare l’informazione”
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«Un mandante sopra Valter Lavitola? Mettete in fila tutti i nomi e capite chi è, o meglio chi sono. C’è una chiara regia nella manovra della comunicazione successiva alla bomba contro di me: un piano globale, con noti terminal interni nell’informazione controllata dalla destra italiana. L’obiettivo è la delegittimazione della magistratura e del giornalismo indipendenti, per arrivare a una democrazia della sorveglianza fondata sull’allarme sociale: disegno trumpiano, che però guarda caso riprende il piano di Licio Gelli e della P2».

Sigfrido Ranucci, al termine del bagno di folla che lo ha abbracciato a Lavarone per la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto del faccendiere napoletano, allarga la sua difesa a complicate cospirazioni storiche e internazionali. E accetta un colloquio con Repubblica per precisare le dichiarazioni rese nel corso della presentazione del suo libro “Il ritorno della casta”. La novità è che il conduttore di Report, accolto dagli incoraggiamenti «a non mollare…

«Un mandante sopra Valter Lavitola? Mettete in fila tutti i nomi e capite chi è, o meglio chi sono. C’è una chiara regia nella manovra della comunicazione successiva alla bomba contro di me: un piano globale, con noti terminal interni nell’informazione controllata dalla destra italiana. L’obiettivo è la delegittimazione della magistratura e del giornalismo indipendenti, per arrivare a una democrazia della sorveglianza fondata sull’allarme sociale: disegno trumpiano, che però guarda caso riprende il piano di Licio Gelli e della P2».

Sigfrido Ranucci, al termine del bagno di folla che lo ha abbracciato a Lavarone per la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto del faccendiere napoletano, allarga la sua difesa a complicate cospirazioni storiche e internazionali. E accetta un colloquio con Repubblica per precisare le dichiarazioni rese nel corso della presentazione del suo libro “Il ritorno della casta”. La novità è che il conduttore di Report, accolto dagli incoraggiamenti «a non mollare», considera «ormai superato Lavitola, che alla luce della sua confessione mi pare vada inquadrato in un caso psichiatrico». «Il punto — dice — è piuttosto fare attenzione alle manovre attorno a lui, anche in giornali autorevoli. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, vedo interessi personali e commerciali decisi a demolire Report: in particolare emerge il riaffacciarsi di una galassia politica fascista, mobilitata per soffocare la democrazia in Italia e in Europa».

Non risponde a chi gli chiede di chiarire la relazione con Lavitola, certi silenzi e la sua posizione rispetto all’inchiesta della magistratura. «Non vedo però l’ora di parlare — dice riferendosi agli imminenti interrogatori — anche sulla strategia degli avvocati di Lavitola. Il 7 settembre 2025 non mi avvertì affatto della possibilità di un attentato contro di me, o dell’urgenza di un rafforzamento della mia scorta. Mi disse semplicemente di fare attenzione, esortazione comune da anni. Se avessi colto l’esistenza di un pericolo, lo avrei scritto nella nota chiesta dalla mia scorta pochi giorni dopo. In quell’appunto invece non c’è nulla e altro non ricordo».

Nel centro congressi trentino Ranucci fatica a farsi largo tra la gente, che gli chiede di «entrare in politica per fare piazza pulita». «Volete proprio che io smetta di fare il mio mestiere — scherza — ma state tranquilli, non mi candido. Me l’hanno chiesto in molti, non solo Lavitola: perfino il padre di Vannacci mi ha detto che mi stima e ha voluto una foto con me (che mostra sul cellulare ndr)». A preoccuparlo, assicura, sono oggi piuttosto il destino e l’onore di Report. «I miei figli — dice — mi hanno detto “papà non ti preoccupare”. La Rai può fare quello che vuole: è vero, pensa di sostituirmi, ma bisogna vedere se ce la faranno. E dopo tre mesi di delegittimazione la risposta della gente è questa folla, le persone comuni, che sono la mia forza. Io sto cercando di proteggermi da qualcosa contro cui non ci si può difendere. Ne uscirò bene, combatterò fino alle fine per tutelare uno spazio di libertà: vediamo come ne escono gli altri».

Ranucci esclude come interessate fantasie «sia la bomba per salvarmi che l’attentato per lanciarmi nella politica contro la Meloni»: l’attacco vergognoso che ha presentato i costi di Report come stipendi dei suoi giornalisti conferma invece come il caso Lavitola sia l’innesco di una guerra partita «da più in alto e da più lontano». «I giornali del gruppo Angelucci — dice — spacciano per buste paga personali le note spese di inchieste e trasferte anche all’estero. Al di là delle querele, anche contro chi ha passato dall’interno dati riservati, Report è da sempre la trasmissione più virtuosa della Rai. Costa 160 mila euro a puntata, contro i 240 mila di altre trasmissioni che fanno il 3% di share, con conduttori che nessuno attacca perché rispondono agli amici giusti di qualcuno: per la Rai lamentarsi di Report è come per il Papa lamentarsi del Giubileo». Il punto debole, lascia capire Ranucci, resta la sua amicizia con Lavitola, che già tentò l’estorsione con Silvio Berlusconi. «Qual è il problema — risponde — in Rai vadano a vedere chi sono gli amici degli altri, a partire da Luigi Ciavardini (terrorista neofascista ndr). Siamo al punto che perfino Selvaggia Lucarelli mi imputa rapporti spregiudicati: sarebbe interessante citare i suoi. E nessuno controlla, prima di dare la notizia che Maria Rosaria Boccia sta scrivendo un libro con me: falso, ma pur di attaccarmi ci si trincera dietro la scusa che non si verificano le dichiarazioni di una intervistata». Per il resto, nessun chiarimento pubblico su Lavitola e sulla bomba sotto casa: oltre un’ora invece di accorato appello a salvare la democrazia e la Ue, «sotto attacco della galassia Trump, da Musk a Bezos, da Bannon a Peter Thiel di Palantir, da piattaforme come Esperia e dai social manovrati dalla destra Usa e dal potere di Netanyahu, adottati dalla destra italiana e da chi gestisce i social di Palazzo Chigi: ormai tecnologicamente padroni del nostro destino».

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