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Caso Ranucci-Lavitola, quando il sospetto diventa l’anticamera del complottismo

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In Italia è fatale che le cospirazioni più fantasiose facciano proseliti
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Nella versione trash, girata da Nando Cicero nel 1973, del bellissimo Ultimo Tango di Bernardo Bertolucci, la collocazione geografica era, pressoché obbligatoriamente, Zagarolo; nell’ultimo attentato capace di suscitare allarme e mobilitazione collettiva, quello contro Sigfrido Ranucci, l’ambientazione è in una frazione di Pomezia, nella provincia laziale, a evocare, tra vernacolo e porchetta, un sapore rustico, come per mitigare il senso del dramma e avvicinarlo all’ennesima espressione dell’eterna commedia all’italiana. Ma guai a ridurre la vicenda detta “Ranucci-Lavitola” alla sola dimensione della farsa. C’è, in essa, una componente molto seria che ci racconta qualcosa sulla società italiana.

In un paese come il nostro, dove i complotti veri e spesso cruenti si ripetono nel tempo e la corruzione inquina in profondità la vita pubblica, è fatale che anche le cospirazioni più fantasiose e le commistioni tra denaro e politica meno documentate trovino ascolto e facciano proseliti.

Da q…

Nella versione trash, girata da Nando Cicero nel 1973, del bellissimo Ultimo Tango di Bernardo Bertolucci, la collocazione geografica era, pressoché obbligatoriamente, Zagarolo; nell’ultimo attentato capace di suscitare allarme e mobilitazione collettiva, quello contro Sigfrido Ranucci, l’ambientazione è in una frazione di Pomezia, nella provincia laziale, a evocare, tra vernacolo e porchetta, un sapore rustico, come per mitigare il senso del dramma e avvicinarlo all’ennesima espressione dell’eterna commedia all’italiana. Ma guai a ridurre la vicenda detta “Ranucci-Lavitola” alla sola dimensione della farsa. C’è, in essa, una componente molto seria che ci racconta qualcosa sulla società italiana.

In un paese come il nostro, dove i complotti veri e spesso cruenti si ripetono nel tempo e la corruzione inquina in profondità la vita pubblica, è fatale che anche le cospirazioni più fantasiose e le commistioni tra denaro e politica meno documentate trovino ascolto e facciano proseliti.

Da qui il clima di sospetto che condiziona la sfera delle relazioni sociali e, ancor più, quelle tra cittadini e istituzioni — si pensi al fenomeno del ritiro di fiducia verso le discipline mediche a seguito della pandemia di Covid e al diffondersi di una vera e propria ideologia antiscientifica. È qui la base materiale e psicologica di quella irresistibile e vischiosa cultura del sospetto che costituisce il più robusto collante sociale del nostro paese. Non si tratta solo di un connotato culturale, bensì di una componente essenziale della soggettività politica, dotata di una sua autonomia. Cosa si intende per soggettività politica? Qualcosa di simile a un movimento fatto di passioni e rancori, di sentimenti e obiettivi, di leadership e di luoghi di aggregazione, che può assumere, in determinate circostanze, un proprio ruolo pubblico.

Per dirne una, nel 2014, l’ex pubblico ministero Antonio Ingroia, appena dimessosi dalla magistratura, guidò la lista Azione Civile alle elezioni europee, ottenendo il 3,3% dei voti: tra essi, molti erano orientati a sinistra. Si tratta di una componente costante del mercato elettorale, che si indirizza, di volta in volta, verso questa o quell’altra lista che si vorrebbe “alternativa” alla sinistra tradizionale. Le motivazioni di voto, tuttavia, interessano l’intero spettro politico, attirando voti anche a destra e trovando nella cultura del sospetto una delle fondamentali ragioni di consenso. Il sospetto, dunque. Se ne consideriamo l’etimologia si scopre agevolmente la sua radice nella tendenza a osservare dal sotto in su. Ovvero uno sguardo che si proietta verso l’oltre e l’alto e verso ciò che sta dietro e sopra. Insomma, la ricerca di quanto non è immediatamente visibile e che, tuttavia, si propone come intuibile e smascherabile. Sia chiaro: è una aspirazione non solo legittima, ma apprezzabile. Che, se correttamente perseguita, può costituire un importante dovere civile e un fondamentale esercizio di democrazia. Ma, il rischio che pure comporta risulta evidente. Ossia che l’intera vita sociale, quella pubblica e quella istituzionale, siano considerate attraverso questo esclusivo punto di vista.

Ne deriva una visione apocalittica che porta al disarmo intellettuale e politico. Se tutto è corruzione, non solo risulta difficile combattere quella effettivamente tale ma si finisce con l’alimentare la depressione collettiva. E infatti, che cosa resta da fare al cittadino, all’attivista e a chiunque coltivi spirito critico, se non arrendersi davanti agli arcana imperii e alla macchina della corrutela universale? E a quella Cospirazione Generale che, attraverso una rete di complicità e omertà, collusioni e connivenze, muove dalla loggia P2 e arriva fino ai giorni nostri, e oltre? Ecco, questo è il terreno fertile sul quale crescono tutte le teorie del complotto, comprese quelle più recenti; e sul quale si temprano i nuovi Vendicatori dello stress di massa.

Ma la vicenda “Ranucci-Lavitola” mostra qualcosa di ancora più significativo. In poche settimane, un fatto che avrebbe dovuto interessare esclusivamente la cronaca giudiziaria e la programmazione televisiva è diventato un debordante evento politico, che ha costituito non solo il cuore della discussione pubblica di quest’estate ma anche un cruciale terreno di lotta politica. Si pensi solo che, per come si sono svolte le cose e per come si sono formati le fazioni in campo, una persona di sinistra — chessò? io — si sarebbe dovuta schierare immancabilmente a favore di Ranucci e una persona di destra immancabilmente contro. Che cosa Ranucci abbia fatto di benemerito per il giornalismo d’inchiesta e che cosa abbia fatto di pernicioso per esso, è stato beatamente ignorato. E ciò corrisponde né più né meno che a un ulteriore passo verso lo svuotamento di senso della politica, a tutto vantaggio di un’interpretazione esclusivamente gestuale e declamatoria dell’azione pubblica. Per capirci, siamo in grado di mostrare documentalmente quali inchieste di Report abbiano rivelato davvero trame occulte e sistemi illegali? Quante delle persone sottoposte a quelle inchieste si sono rivelate completamente estranee ai fatti loro attribuiti? E, ancora, quante sono state risarcite moralmente dai furori giustizialisti di un servizio approssimativo?

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