MILANO – Coi numeri non si può sbagliare, e la critica dei “nordisti” a Matteo Salvini è basata su quelli. Dati che, al di là del conclamato calo dei consensi per la Lega, indicano una profonda disaffezione proprio laddove c’è, o c’era, il cuore pulsante del Carroccio. «Non sono chiacchiere, come le ha definite lui a Pinzolo, sono fatti», dicono a mezza bocca gli autonomisti — Attilio Fontana, Massimiliano Romeo, ma pure Luca Zaia, Massimiliano Fedriga —, i quali sono ancora in attesa che il vicepresidente del Consiglio convochi un incontro per rispondere alla loro richiesta di una nuova guida collegiale del movimento.
I “fatti” dunque dicono che dal 2017 a oggi le entrate per i tesseramenti in Lombardia e Veneto si sono più che dimezzate, e che le somme incamerate dal partito per il 2 per mille sono diminuite di tre volte. La versione del capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda Romeo, fornita alla Versiliana giovedì scorso, regge: «Sono due anni che spegniamo incendi su…
MILANO – Coi numeri non si può sbagliare, e la critica dei “nordisti” a Matteo Salvini è basata su quelli. Dati che, al di là del conclamato calo dei consensi per la Lega, indicano una profonda disaffezione proprio laddove c’è, o c’era, il cuore pulsante del Carroccio. «Non sono chiacchiere, come le ha definite lui a Pinzolo, sono fatti», dicono a mezza bocca gli autonomisti — Attilio Fontana, Massimiliano Romeo, ma pure Luca Zaia, Massimiliano Fedriga —, i quali sono ancora in attesa che il vicepresidente del Consiglio convochi un incontro per rispondere alla loro richiesta di una nuova guida collegiale del movimento.
I “fatti” dunque dicono che dal 2017 a oggi le entrate per i tesseramenti in Lombardia e Veneto si sono più che dimezzate, e che le somme incamerate dal partito per il 2 per mille sono diminuite di tre volte. La versione del capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda Romeo, fornita alla Versiliana giovedì scorso, regge: «Sono due anni che spegniamo incendi sui territori, ma qui ora sta succedendo che le persone neanche protestano, non si iscrivono più e restano a casa».
Il primo esempio riguarda per l’appunto la Lombardia, culla dell’Alberto da Giussano, laddove cominciò l’epopea di Umberto Bossi. Nel 2017, prima dell’exploit delle Politiche dell’anno dopo (18 per cento) e ancor più delle Europee del 2019 (34 per cento), le entrate per il tesseramento alla “nazione lombarda” della Lega Nord erano state di 431 mila euro. Nel 2025 sono state di 196 mila euro. Il costo medio di una tessera, al netto di sconti per giovani e over 65, è di 25 euro. Orientativamente, si è passati quindi da 17 mila iscritti a 7.800, e questo al netto dei proclami regolari di Salvini sui “boom” dei tesseramenti. «Quando ero segretario della Lega Lombarda — ricorda l’ex deputato Paolo Grimoldi, che dopo essere stato espulso ha creato Patto per il Nord — si organizzavano tra le 70 e le 80 feste di partito sul territorio. Quest’anno saranno una dozzina, di cui due sono cene spacciate per feste. Gli applausi degli apparati stipendiati non sostituiscono quelli dei militanti». E anche dove si sono fatte, le presenze non sono state un granché, come avvenuto il mese scorso a quella organizzata dalla sezione di Pontida.
In Veneto, stesso discorso. Nella Liga, dove nel frattempo due anni fa è stato cacciato lo storico segretario Toni Da Re che aveva dato del “c…” a Salvini, si è passati da 310 mila euro di entrate dalle iscrizioni del 2017 a 140 mila euro. Con un calcolo a spanne, da 12.400 a 5.600 iscritti. Al partito nazionale, al quale fanno riferimento le iscrizioni online, gli introiti per le tessere sono scesi da 563 mila euro (2019) a 76 mila dello scorso anno, un tracollo vero e proprio. Stesso discorso sul contributo volontario e a costo zero del 2 per mille, sceso dai 3,1 milioni di euro del 2019 all’1,14 del 2025. Non mentono i numeri ma neanche le immagini, e allora basta raffrontare la foto del “sacro raduno” sul pratone di Pontida nel 2019 con quella del 2025, dove erano stati piazzati i gazebo in mezzo al campo per cercare di riempire gli spazi (senza successo), per comprendere l’emorragia militante del Carroccio.
Colpa della svolta sovranista e nazionalista imposta da Salvini? Colpa del dirigismo tutto social, ma senza neanche lo smalto di un tempo, del segretario federale? Colpa del mondo del cambia? Per citare ancora Romeo, «si possono fare tutte le narrazioni che vuoi, ma quando tra i militanti ti dicono che così “la Lega non va e non vi votiamo più” penso che la prima cosa da fare da parte di un dirigente sia quella di far capire al segretario quale è la realtà». Che questo poi avvenga, è tutto un altro discorso.