ROMA – Dopo i sonori fischi di Taranto, il malumore (e le possibili contestazioni) ad Amatrice. Giorgia Meloni si presenterà questo pomeriggio nel Comune colpito dieci anni fa dal sisma. E lo farà sapendo che nelle ultime ore i segnali che arrivano da quel territorio non sono rassicuranti: dispute sull’orario delle messe, richieste di indennizzi, delusione per la lentezza della ripresa. «Nessuna passerella, non vogliamo politici», dicono i comitati. Ecco perché alla vigilia la premier ammette che finora poco ha funzionato: «Fin dal suo insediamento il governo ha lavorato per imprimere, dopo troppi rinvii, una decisa accelerazione. Il cammino della ricostruzione non è finito. Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. Intendiamo farlo per vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale».
ROMA – Dopo i sonori fischi di Taranto, il malumore (e le possibili contestazioni) ad Amatrice. Giorgia Meloni si presenterà questo pomeriggio nel Comune colpito dieci anni fa dal sisma. E lo farà sapendo che nelle ultime ore i segnali che arrivano da quel territorio non sono rassicuranti: dispute sull’orario delle messe, richieste di indennizzi, delusione per la lentezza della ripresa. «Nessuna passerella, non vogliamo politici», dicono i comitati. Ecco perché alla vigilia la premier ammette che finora poco ha funzionato: «Fin dal suo insediamento il governo ha lavorato per imprimere, dopo troppi rinvii, una decisa accelerazione. Il cammino della ricostruzione non è finito. Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. Intendiamo farlo per vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale».
Si presenterà ad Amatrice nel primo pomeriggio, reduce dalle vacanze. Lì, però, il clima non è dei migliori. La tradizionale messa che al mattino, da dieci anni, ricorda le vittime del sisma è stata spostata al pomeriggio e sarà celebrata dal presidente della Cei Matteo Zuppi. La gente del luogo non ha gradito e ha deciso di organizzare comunque un’altra funzione religiosa, attorno alle 11, affidata al sacerdote locale. Il tam tam delle ultime ore ipotizza che parte della cittadinanza possa disertare l’appuntamento pomeridiano. E alcuni comitati dei parenti delle vittime potrebbero manifestare il proprio disagio verso chi governa nel momento in cui la leader, alle 16.30, deporrà una corona in ricordo di chi ha perso la vita nel terremoto.
Possibili nuove manifestazioni di dissenso, dopo quelle – fragorose – ricevute dallo stadio di Taranto durante l’apertura dei Giochi del Mediterraneo. Sono segnali che nessuno, a Palazzo Chigi, sottovaluta. Ecco perché Meloni intende preparare con cura un altro passaggio, considerato spartiacque dei prossimi mesi: la festa per celebrare il “governo più longevo della Repubblica”.
Il raduno è previsto per il prossimo 4 settembre a Bari, presso il porto. E sarà in buona sostanza un comizio, l’ultimo che si ricordi, è quello tenuto a marzo a Milano prima del referendum sulla giustizia, poi perso dolorosamente. All’evento sono stati invitati i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Ci saranno, dal vivo o in videocollegamento.
Sarà l’occasione in cui la presidente del Consiglio indicherà la prospettiva politica e le priorità su cui concentrarsi nei mesi a venire, gli ultimi prima delle elezioni. L’evento cadrà però nel mezzo della battaglia sulla riforma elettorale. Il 4 settembre, infatti, la commissione Affari costituzionali del Senato dovrebbe aver licenziato il testo della legge. Per allora sarà già chiaro se gli alleati avranno sostenuto o bloccato le preferenze su cui Fratelli d’Italia intende insistere. Meloni, incurante delle tensioni interne a FI e Lega, ha dato ordine di chiudere al più presto la questione: meglio concentrarsi sulla sicurezza, in vista delle prossime elezioni, e comunque smetterla di mostrarsi interessati soprattutto al sistema di voto. Per farlo, va rispettata una scaletta molto restrittiva: serve il via libera di Palazzo Madama entro metà settembre, necessario per permettere entro la fine dello stesso mese all’ufficio di presidenza della Camera di contingentare il calendario dell’approdo della legge a Montecitorio. Quindi, commissione e poi in Aula - con tanto di fiducia - entro la prima metà di ottobre. Una necessità politica, ma anche pratica, in modo da evitare che l’iter della legge si sovrapponga a molti decreti in scadenza e, soprattutto, al “congelamento” dei lavori durante la sessione di bilancio. Mai concedere ai peones in difficoltà la possibilità di attuare “ritorsioni politiche” sulla finanziaria.