«Tu sei fro*cio per colpa dei fumi della fornace». Così mi dicevano alcuni abitanti della piccola frazione industriale in cui ho vissuto per vent’anni, Vallecascia, nelle Marche, dove tutt’oggi si trova una secolare fornace di mattoni, abbandonata nel 2012 e piena di tetti di amianto che crollano.
Se per parlare del woke scelgo di partire da qui, da questo insulto rivolto a me e alcuni miei coetanei, è perché di fronte all’offesa si aprivano due scenari. Da una parte si poteva correggere la colpa, cancellarla, inquisire gli abitanti, accusarli d’ignoranza, creduloneria e superstizione, esercitando quella che il poeta Fernando Bandini ha una volta definito «l’attività poliziesca sull’anima». Oppure, si poteva reclamare quella malavoce, coglierne il carattere favoloso, rivendicarla sino a farne un mito personale, una storia di fondazione. A guidarci verso questo secondo scenario è stata forse, paradossalmente, proprio la lezione dell’amianto, quella fragile eternità del secolo scorso ch…
«Tu sei fro*cio per colpa dei fumi della fornace». Così mi dicevano alcuni abitanti della piccola frazione industriale in cui ho vissuto per vent’anni, Vallecascia, nelle Marche, dove tutt’oggi si trova una secolare fornace di mattoni, abbandonata nel 2012 e piena di tetti di amianto che crollano.
Se per parlare del woke scelgo di partire da qui, da questo insulto rivolto a me e alcuni miei coetanei, è perché di fronte all’offesa si aprivano due scenari. Da una parte si poteva correggere la colpa, cancellarla, inquisire gli abitanti, accusarli d’ignoranza, creduloneria e superstizione, esercitando quella che il poeta Fernando Bandini ha una volta definito «l’attività poliziesca sull’anima». Oppure, si poteva reclamare quella malavoce, coglierne il carattere favoloso, rivendicarla sino a farne un mito personale, una storia di fondazione. A guidarci verso questo secondo scenario è stata forse, paradossalmente, proprio la lezione dell’amianto, quella fragile eternità del secolo scorso che sgretolandosi può portare a condizioni terribili come l’asbestosi, una malattia polmonare non reversibile causata dall’inalazione prolungata di fibre di amianto.
Chi era cresciuto, come me, a Vallecascia, doveva fare i conti con una convivenza forzata con queste fibre, i cui effetti restano imprevedibili. Come non potevamo liberarci dalla consapevolezza di quella convivenza, così non potevamo semplicemente liberarci dell’offesa ricevuta, ma dovevamo trasformarla in qualcos’altro: il manifesto di una specie storta. E proprio perché, generazionalmente, questo essere nati nel mezzo del “problema” è una cosa assai sentita, negli anni Vallecascia è diventata una vera e propria festa, l’approdo di tante persone che decidono di reclamare — e non cancellare — questa stortura. Ecco allora che arrivo a chiedermi: è possibile oggi utilizzare il dibattito (straparlato e strumentalizzato) sul woke per fare un discorso sul nostro essere abitanti terrestri?
Nell’epoca del collasso climatico, dei disastri ecologici, del prepotente ritorno delle passioni tristi, dovremmo forse ricordare che non esiste più uno spazio sicuro, un luogo in cui ripararci da ciò che ci ferisce, ci attraversa, ci infesta. Siamo immersi in questa atmosfera impura, convivendo con il problema. Negare tutto questo, continuare a costruire — soprattutto in luoghi di studio e di apprendimento come le università — l’illusione di spazi di purezza, significa applicare una filosofia escapista, una sorte di fuga da un pianeta che non riusciamo più ad abitare perché troppo corrotto, troppo insostenibile. E così facendo, lo lasciamo nelle mani di chi, come Trump, è oggi capace di costruire formidabili narrazioni impure. Non sarebbe meglio, come compito del secolo, imparare a ridiscendere tra le cose, a stare con il disastro che abbiamo prodotto, incluso quello linguistico? Frequentare le maleparole, passarle, come ci ha insegnato Paul Celan, che scelse volutamente di scrivere in lingua tedesca: lingua che era appartenuta a sua madre (fucilata nel campo di concentramento di Michajlovka), ma anche la lingua di quei nazisti che avevano devastato la sua famiglia. Solo una cultura desolata, incapace di creare narrazioni e paesaggi adattativi per abitare questo pianeta infestato, può scegliere volutamente di negare il pericolo in favore di spazi sicuri.
Si tratta di una forma di negazionismo non meno pericolosa di quella climatica. Isolandoci da ogni contatto possibilmente infetto con ciò che ci ferisce, ci turba, non ci somiglia, il woke ci tiene intrappolati in un’illusione igienica e identitaria. Ne ho avuto la prova diretta durante i miei anni di studio al Trinity College di Dublino. Se in Italia vi è ancora un uso diffuso e sciagurato di insulti razzisti, abilisti, omofobi, nei college come quello in cui ho studiato l’idea del safe space era così vincolante da impedire qualsiasi vero attrito generativo (ma la conoscenza non può darsi esclusivamente nella somiglianza). Così sono incorso più volte provvedimenti disciplinari per aver insistito nella necessità di studiare tutto, di attraversare libri, versi e filosofie che ci disturbano, perché persino nei resti dell’oppressione è possibile trovare strumenti con cui reinventare il futuro.
Se c’è una cosa che la parola poetica mi ha insegnato è che non c’è torto più grande, per l’oppressore, che amarlo, che hackerare le sue parole per destinarle ad altro. Il linguaggio non può essere semplicemente un esercizio cosmetico, un movimento di aggiustamento sociale. Non basta. Abbiamo bisogno di fare attrito, di rompere le consuetudini, di impiegare parole e concetti adatti a questo mondo tutt’altro che “safe”.
Di fronte a ogni politica (e a ogni immaginazione) esclusivamente preservativa, cerchiamo una politica “bareback”, senza condom, con cui costruire — gioiosamente, avventurosamente — gli strumenti, le narrazioni, i miti per sopravvivere al mondo che viene. Ci servono, ora più che mai, filosofie impure, e non di vie di fuga.