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Salvini in pressing su Meloni per le urne a ottobre 2027. Ma lei le vuole in primavera

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Il leghista vuole ancora il Viminale e un anno di tempo per risalire nei sondaggi. La premier pensa all’11 aprile, ma non esclude più l’election day con le comunali
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Lo chiede a Giorgia Meloni, insistentemente. Articola ragionamenti, disegna scenari, insomma: ci prova con tutte le sue forze. Anche nelle ultime ore, Matteo Salvini è tornato alla carica: «Votiamo a novembre, conviene a tutti». Il leader della Lega considera fondamentale arrivare in fondo alla legislatura, la cui scadenza naturale dista ancora tredici mesi: settembre 2027.

Non anticipare le urne, si raccomanda con la presidente del Consiglio in privato. E con lei sostiene, riferiscono fonti di massimo livello, che le cose potrebbero solo migliorare: oggi tutto sembra grigio, ma domani chissà, magari il gasolio diventerà un po’ meno caro, il generale Vannacci perderà slancio. È su queste basi che è nata la speranza di riprendersi il Viminale: un anno al posto di Matteo Piantedosi, cercando il protagonismo (e i voti) perduti.

Lo chiede a Giorgia Meloni, insistentemente. Articola ragionamenti, disegna scenari, insomma: ci prova con tutte le sue forze. Anche nelle ultime ore, Matteo Salvini è tornato alla carica: «Votiamo a novembre, conviene a tutti». Il leader della Lega considera fondamentale arrivare in fondo alla legislatura, la cui scadenza naturale dista ancora tredici mesi: settembre 2027.

Non anticipare le urne, si raccomanda con la presidente del Consiglio in privato. E con lei sostiene, riferiscono fonti di massimo livello, che le cose potrebbero solo migliorare: oggi tutto sembra grigio, ma domani chissà, magari il gasolio diventerà un po’ meno caro, il generale Vannacci perderà slancio. È su queste basi che è nata la speranza di riprendersi il Viminale: un anno al posto di Matteo Piantedosi, cercando il protagonismo (e i voti) perduti.

La leader ascolta, valuta. Ma è scettica. Lo è innanzitutto sull’ipotesi di riconsegnargli il ministero dell’Interno: non crede sia la strada preferibile. E per il momento mantiene riserve anche rispetto a politiche nell’autunno del 2027. Si muove in un’altra direzione.

Un indizio dell’insistenza del vicepremier risale a poche ore fa, a margine del Meeting di Rimini. «Sono convinto che questa maggioranza possa rivincere. Tra un anno vedremo chi aveva ragione». E ancora: «Si voterà tra più di un anno, penso alla scadenza naturale dell’autunno del 2027». Non è solo speranza, è pressing politico su Palazzo Chigi.

Nel cuore del potere meloniano, in effetti, la valutazione è quasi quotidiana: come e quando tornare al voto è un dilemma condizionato dalla possibile riforma elettorale, che potrebbe influenzare alleanze e tempistiche. Prima ancora, però, c’è da sciogliere un altro dubbio. O meglio, rispondere a una domanda: quanto sarebbe conveniente accorpare il voto amministrativo a quello per le Camere? Poche settimane fa, in gran segreto, al vertice dell’esecutivo si è dunque deciso di consultare sondaggisti ed esperti di flussi. A loro è stato domandato: quanto è pericoloso l’election day? Perché se davvero la presidente del Consiglio intende votare in primavera, dunque ignorando Salvini, bisogna decidere se far coincidere le due tornate elettorali.

Le città chiamate alle urne nel 2027 sono tante e, soprattutto, grandi. Solo per citare le principali: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Palermo, Verona. Sulla carta, il centrosinistra parte favorito. Accorpare questi test locali alle politiche sfavorirebbe il centrodestra, a vantaggio del campo largo? Secondo i tecnici consultati, la risposta è diversa da come si immagina: no, nessun traino per i progressisti. Lo certificherebbero alcuni precedenti del passato, in situazioni simili: l’elettorato distingue, anche se si esprime lo stesso giorno. E dunque, Meloni potrebbe scegliere l’election day senza temere svantaggi. Semmai, hanno segnalato gli studiosi dei flussi, è il voto politico ad avere un qualche tipo di influenza su quello delle città, se i due eventi sono ravvicinati. Poco male, secondo Palazzo Chigi: il tentativo è vincere a livello nazionale per poi puntare ai comuni.

E infatti, resta al momento proprio questo lo schema di gioco favorito dal melonismo. Si tornerebbe alle urne l’11 aprile 2027. Una data che concilia diverse esigenze. Primo: gli elettori verrebbero convocati due settimane dopo Pasqua, che cade il 28 marzo, e diverse settimane prima delle amministrative, da fissare tra maggio e giugno. L’11 aprile presenta anche il vantaggio di evitare una strettoia elettorale: andando oltre si avrebbero tre turni (uno per le politiche, due per le comunali) quasi in sequenza. E il governo finirebbe per essere accusato di aver speso troppo solo per evitare l’election day.

L’11 è anche la data più realistica per garantire la pensione dei parlamentari. Se infatti alcuni calcoli considerano il 28 marzo la prima domenica utile per maturare il diritto (ma è Pasqua, come detto), sembra improbabile anche l’opzione del 4 aprile, soltanto sette giorni dopo una festività che muove milioni di italiani.

Semmai, a Palazzo Chigi si è passato al vaglio un altro schema: il voto a marzo. Dopo riflessione, non avrebbe convinto. Intanto perché urne a inizio marzo significherebbe dichiarare chiusa l’esperienza di governo subito dopo la manovra, probabilmente durante la conferenza stampa di inizio anno. Un po’ traumatico imporre un’accelerazione del genere costringendo il Colle a espletare la propria azione di consultazione a ridosso dell’Epifania.

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