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Salvini sotto assedio: “Nessun passo di lato”. Gelo con Fontana a Rimini

(ansa)

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Veloce stretta di mano e distanze intatte: “La rivolta non mi inquieta”. Ma è pronta l’associazione dei territori del Nord
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RIMINI – Rimini non è il pre-Pontida. Eppure perfino qui, tra i temi universali e la folla del Meeting, fingere diventa impossibile, la crisi della Lega si prende la scena. «Un passo di lato? Perché? Sono pronto a un passo in avanti», l’avviso di Matteo Salvini ai suoi “rivoltosi”. A un padiglione di distanza, solo mezz’ora prima, Attilio Fontana il governatore frontman dei dissidenti, respinge ogni domanda su eventuali ricomposizioni, fa trapelare il gelo, e alza le mani: «Incontrare qui Salvini? Compatibilmente agli impegni...».

Infatti. Ci vuole pazienza, qualche ora di trattative e la mediazione di Claudio Durigon, il sottosegretario in bilico tra i due mondi, perché, dietro i sorrisi tirati, si riesca a organizzare una stretta volante di mano ad uso esclusivo di social e tg, tra il presidente della Lombardia e il leader-vicepremier. Il quale, a una domanda sulla difficoltà dell’incontro, poco prima aveva reagito con stizza: «Lei di che giornale è, mi dica la testata. Guardi che c…

RIMINI – Rimini non è il pre-Pontida. Eppure perfino qui, tra i temi universali e la folla del Meeting, fingere diventa impossibile, la crisi della Lega si prende la scena. «Un passo di lato? Perché? Sono pronto a un passo in avanti», l’avviso di Matteo Salvini ai suoi “rivoltosi”. A un padiglione di distanza, solo mezz’ora prima, Attilio Fontana il governatore frontman dei dissidenti, respinge ogni domanda su eventuali ricomposizioni, fa trapelare il gelo, e alza le mani: «Incontrare qui Salvini? Compatibilmente agli impegni...».

Infatti. Ci vuole pazienza, qualche ora di trattative e la mediazione di Claudio Durigon, il sottosegretario in bilico tra i due mondi, perché, dietro i sorrisi tirati, si riesca a organizzare una stretta volante di mano ad uso esclusivo di social e tg, tra il presidente della Lombardia e il leader-vicepremier. Il quale, a una domanda sulla difficoltà dell’incontro, poco prima aveva reagito con stizza: «Lei di che giornale è, mi dica la testata. Guardi che ci abbracceremo». Niente salottini, nessun colloquio invece, si incrociano al padiglione del Mit, allo stand di Aci parlano di sicurezza e simulatori avendo per la testa tutt’altro, Salvini gli rivolge la parola e l’altro guarda nel vuoto, i flash scattano, poi il governatore a capo del triumvirato Zaia-Fedriga-Fugatti e il “capitano” che avrebbe i mesi contati schizzano in direzioni opposte.

Chissà che non sia l’ultimo Meeting da capo che attraversa Matteo, è la profezia di un big di Cl abituato ai rovesci della politica. Salvini lo sa, non a caso vuole blindare le urne fino all’autunno 2027. Niente elezioni anticipate. Casomai, concederà di farsi affiancare da qualche “nemico” per poi spartire con loro il crollo annunciato. Sulla «guida collegiale» infatti non ha nulla in contrario. «Sono sempre stato disponibile: ma con tutti quelli che vogliono costruire e non demolire», manda a dire il “capitano” a Fontana, Luca Zaia, ai governatori Fedriga e Fugatti. Disegno che gli antagonisti torneranno a respingere, anche nell’incontro promesso dal ministro nelle prossime ore. Che non pensi di trattare la questione come un caso Lombardia. Il problema non è far contento né Fontana, né Romeo, gli ha fatto intendere lo stesso presidente del Pirellone. Il problema resta uno. Tener conto delle istanze degli amministratori, «presentarci alle Politiche come una squadra che sa governare i territori» e non come un fac-simile fragile di Meloni o Vannacci. Insomma: rovesciare la visione, cambiare leader.

Irricevibile, per lui, al punto da ostentare la rimozione. Ministro, quanto la inquieta la fronda interna?. «Per nulla». E se non arriverete neanche al 9 o 10? «Arriveremo all’11, al 12», scherza. «Abbiamo tante cose da fare». A raffica parla di cantieri da nord a sud, di soldi che mancano, dello scostamento di 20 miliardi, per il quale «non dobbiamo chiedere permesso all’Europa». Spiega che le «guerre stanno aumentando i costi di ogni materiale, non solo la benzina, ma acciaio, cemento, bitume». Insomma, chiede a Meloni e Giorgetti, «servono 6 miliardi di euro, altrimenti rischiamo di fermare a settembre tanti cantieri stradali e ferroviari». Poi strizza l’occhio ai suoi sull’Autonomia differenziata, indica il traguardo «vicinissimo» delle intese con le regioni del nord. Scommettendo non senza audacia che la Corte Costituzionale non troverà profili illegittimi, a fronte di (già annunciati) ricorsi. «Calderoli le sta scrivendo benissimo. Gli stop della Consulta? Non credo. Sono ottimista». E rilancia ancora sul Ponte di Messina: «Stiamo aspettando solo l’ok della Corte dei Conti».

Ma la guerra che lo aspetta non è né sulla Tav né per il Ponte. Il fronte dei presidenti leghisti è pronto a lanciare la sua associazione, prossima spina nel fianco. «La concesse a Vannacci, non la può vietare a noi». Nel titolo, ragionano i governatori, ci saranno i concetti di amministrazione e territorio. Via il fallito partito nazionale, dentro le tre leghe e il confederatore del triumvirato, col volto di Zaia (nonostante la sua nota idiosincrasia per Roma). Per Matteo, è scattata la stagione più dura – dopo l’estate del Papeete, s’intende.

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