✕

Il pacchetto per Kiev pronto da luglio, poi slittò il via libera. Meloni e i timori sul consenso

Ascolta l'audio

I commissari erano allertati per il 5 agosto, riunione rinviata. Pesano la crisi benzina e il pressing da destra: la comunicazione vira sui generatori
2 minuti di lettura

Seconda metà di luglio, Roma è stravolta dall’afa. Dal ministero della Difesa parte una telefonata diretta alle strutture del Copasir, il comitato parlamentare che dal 2022 detiene in esclusiva il compito di visionare i decreti interministeriali con cui il governo stabilisce gli aiuti militari da spedire all’Ucraina. La comunicazione, informale, serve a fissare due punti fermi. Innanzitutto, il tredicesimo pacchetto di aiuti è pronto. E poi, il ministro della Difesa Guido Crosetto è in procinto di presentarsi di fronte ai membri dell’organismo. Fino a quel momento, va ricordato, nessun altro – ad eccezione della premier, di Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – sa nulla di quel testo: non il contenuto, come sempre secretato dall’inizio del conflitto, e neanche la tempistica della sua approvazione, visto che Palazzo Chigi non ha ufficializzato l’invio di nuovo materiale bellico.

Le ferie sono a un centimetro. Il contatto serve proprio a preallertare i commissari in vista di una possib…

Seconda metà di luglio, Roma è stravolta dall’afa. Dal ministero della Difesa parte una telefonata diretta alle strutture del Copasir, il comitato parlamentare che dal 2022 detiene in esclusiva il compito di visionare i decreti interministeriali con cui il governo stabilisce gli aiuti militari da spedire all’Ucraina. La comunicazione, informale, serve a fissare due punti fermi. Innanzitutto, il tredicesimo pacchetto di aiuti è pronto. E poi, il ministro della Difesa Guido Crosetto è in procinto di presentarsi di fronte ai membri dell’organismo. Fino a quel momento, va ricordato, nessun altro – ad eccezione della premier, di Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – sa nulla di quel testo: non il contenuto, come sempre secretato dall’inizio del conflitto, e neanche la tempistica della sua approvazione, visto che Palazzo Chigi non ha ufficializzato l’invio di nuovo materiale bellico.

Le ferie sono a un centimetro. Il contatto serve proprio a preallertare i commissari in vista di una possibile, imminente seduta. C’è addirittura una data di massima: il 5 agosto. Passano i giorni, ma nulla accade. Finché, contrordine, la riunione non viene confermata. Anche il decreto sembra come congelato. Palazzo Chigi e la Farnesina, nel frattempo, non perdono occasione per ricordare che l’Italia intende supportare l’Ucraina concentrandosi sugli aiuti ai civili nel settore energetico: sono i preziosi generatori richiesti da Zelensky. Delle armi si parla poco o nulla, a differenza delle principali capitali continentali. Eppure, a quel punto Roma ha già deciso di garantire difese antibalistiche a Kiev. E soprattutto, come rivelato ieri da Repubblica, di cedere agli ucraini, assieme a Parigi, la licenza per produrre uno degli intercettori più ricercati del pianeta, l’Aster 30 N1BT. Perché, allora, se il testo con gli aiuti militari è già chiuso? E soprattutto: cosa succede in quelle settimane?

Bisogna fare un paio di passi indietro. Siamo ad Ankara, al vertice della Nato. Al summit si presentano Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Crosetto. A Roma la situazione è critica: il prezzo della benzina erode consenso. Politicamente, l’ascesa di Roberto Vannacci è ormai una minaccia per la destra. Il fronte ostile all’invio di armi a Kiev si allarga, includendo Futuro nazionale, Movimento e Avs. I sondaggi peggiorano: la Lega precipita, FdI rallenta.

Per Meloni, non è una buona ragione per interrompere il sostegno all’Ucraina. Fin dall’inizio della legislatura lo considera impegno ineludibile. L’unica accortezza, condivisa con i vicepremier, è provare a tenere il “dossier armi” lontano dai riflettori. E battere ostinatamente sugli “aiuti civili”. L’8 luglio, proprio in Turchia, vede Zelensky e sottolinea la «particolare attenzione agli interventi volti a rafforzare la resilienza delle infrastrutture energetiche». Quando le chiedono degli aiuti militari, resta cauta: «Credo che l’Italia proseguirà e Crosetto stia facendo una valutazione in questo senso». Poi più nulla di ufficiale, mentre slitta la riunione del Copasir, continua il balletto di cifre su Safe e si consolida il no al Purl.

In quelle ore, Crosetto è al lavoro con i francesi (e in contatto con i britannici) proprio con l’obiettivo di irrobustire la dotazione missilistica ucraina. Vanta un rapporto strettissimo con il primo ministro transalpino Lecornu, suo ex collega alla Difesa. Roma e Parigi decidono di cedere a Kiev la licenza per gli Aster di ultima generazione. Il 14 luglio Emmanuel Macron incontra Zelensky e promette Samp-T, radar, Aster di vecchia e nuova generazione. Fa anche di più: si impegna in testi ufficiali anche per Roma, indicando un orizzonte temporale: ottobre 2026.

Che lo faccia per forzare un po’ la mano a Palazzo Chigi, o soltanto perché sul dossier i due Paesi vanno a braccetto, il percorso è tracciato e non si torna indietro. Eppure, ancora al termine della riunione dei Volenterosi del 24 agosto, Palazzo Chigi diffonde una nota che conferma «l’impegno italiano sul fronte umanitario in vista della stagione invernale, che proseguirà con l’invio di ulteriori generatori». E ancora, fonti dell’esecutivo precisano: ospedali, scuole e rete energetica saranno «i tre vettori su cui punta il governo per gli aiuti a Kiev». Nessun accenno al materiale bellico. In quegli stessi minuti, Parigi e Londra annunciano la cessione dei super missili Storm Shadow e degli Scalp.

Ieri, Meloni e Crosetto hanno fatto di nuovo il punto. Lo scudo per l’Ucraina, d’altra parte, è pronto da tempo. Pilastro del decreto che sarà presentato entro i primi giorni di settembre al Copasir.

Leggi i commenti