ROMA – Vorrebbero fargli fare la fine del tonno in scatola, come per decenni è avvenuto nello storico stabilimento Florio a due passi dal porto di Favignana, dove a sera Sigfrido Ranucci sale sul palco per la sua performance da trapezista in forma di diario. Lo dice con un sorriso amaro, l’ex conduttore di Report, sfogandosi al telefono con un paio di collaboratori prima di affrontare il monologo che da mesi sta riempiendo piazze e teatri in mezza Italia: «Hanno portato a termine il progetto di Lavitola che era farmi cacciare dalla Rai».
Approdato nell’ex complesso industriale sulla piccola isola delle Egadi, è lui lo spettacolo, stanotte: l’epurato di TeleMeloni che al termine di una lunga sequenza di avvertimenti e minacce sembra aver raggiunto il suo scopo. Senza però aver fatto i conti con questo particolarissimo pesce a sangue caldo, caduto nella rete ma deciso a non darsi per vinto. Vittima due volte, è così che si sente: della famosa “bomba d’amore” e di una trama politica anco…
ROMA – Vorrebbero fargli fare la fine del tonno in scatola, come per decenni è avvenuto nello storico stabilimento Florio a due passi dal porto di Favignana, dove a sera Sigfrido Ranucci sale sul palco per la sua performance da trapezista in forma di diario. Lo dice con un sorriso amaro, l’ex conduttore di Report, sfogandosi al telefono con un paio di collaboratori prima di affrontare il monologo che da mesi sta riempiendo piazze e teatri in mezza Italia: «Hanno portato a termine il progetto di Lavitola che era farmi cacciare dalla Rai».
Approdato nell’ex complesso industriale sulla piccola isola delle Egadi, è lui lo spettacolo, stanotte: l’epurato di TeleMeloni che al termine di una lunga sequenza di avvertimenti e minacce sembra aver raggiunto il suo scopo. Senza però aver fatto i conti con questo particolarissimo pesce a sangue caldo, caduto nella rete ma deciso a non darsi per vinto. Vittima due volte, è così che si sente: della famosa “bomba d’amore” e di una trama politica ancora tutta da accertare. Orgoglioso della sua redazione che, dopo essersi spaccata, ha finalmente capito di essere stata presa in giro e si è ricompattata attorno a lui, dicendo chiaro a Paolo Corsini: noi non ci stiamo. Offeso per le offerte ricevute, in fondo a una vita spesa a tenere alta la bandiera del servizio pubblico: tornare là dove aveva cominciato sarebbe «una retrocessione», tanto più paradossale perché «se non sono adatto per Report», ragiona Ranucci, «perché dovrei esserlo per il Tg3 o per Rainews? Che comunque ringrazio per l’asilo politico», scherza. Addirittura indignato per la proposta di andare a fare il corrispondente all’estero: «Vogliono mandarmi al Cairo, forse sperando che faccia la fine di Regeni», attacca. «Evidentemente non sanno che io vivo sotto scorta anche da prima dell’attentato e in Egitto sarei senza protezione». Una destinazione lontana che ha il sapore della punizione: «Sono rimasto abbastanza perplesso», prosegue. «Il Cairo ultimamente è stato usato un po’ come la Siberia, ci mandano i deportati da altre parti», ironizza. Una specie di confino per i dissidenti.
Non è triste né deluso, l’ex volto storico della terza rete. Solo molto arrabbiato. Lo aveva già fatto capire nel vibrante messaggio postato a metà pomeriggio sui social: «Il mio non è un addio. Non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa», protesta dopo aver appreso dalle agenzie di essere stato sostituito con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Due dei suoi che, se glielo avessero chiesto, mai avrebbe indicato come successori: «Mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia del programma e del servizio pubblico», va giù duro. «È uno schiaffo alla meritocrazia, fanno bene a dimettersi tutti», attacca prima dello spettacolo. «Ma come si può pensare che alcuni dei migliori giornalisti d’inchiesta come Paolo Mondani, Giorgio Mottola, Bernardo Iovane o Paolo Bertazzoni possano farsi guidare da una coppia di colleghi di cui non si ricorda un solo scoop degno di nota?». Su cui per di più grava il sospetto di essersi fatti agganciare da Fratelli d’Italia per sfiduciare lui e prenderne il posto?
«Resisto al fango con la mia storia», insiste Ranucci. Risoluto a proseguire la lotta contro i vertici aziendali e i loro mandanti politici: «Persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». L’argomento utilizzato per motivare la sua defenestrazione starebbe lì a dimostrarlo: «Sostengono che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2.800 articoli in due mesi scritti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche grazie al fuoco amico della Rai. Cioè da coloro che sono stati ringraziati da Federico Mollicone (responsabile Cultura e informazione di FdI, ndr) per aver sollevato “cunei d’ombra” sul sottoscritto», rincara. «Fake news e dubbi alimentati ad arte, funzionali a gettare un’ombra su di me e preparare il terreno alla mia sostituzione».
È questo che lo preoccupa. Non il suo destino, ma quello di un programma investigativo che, ormai è evidente, era il vero obiettivo della destra: «Credo ci fosse un progetto per chiudere Report e ci sono riusciti perfettamente, a prescindere dalle mie responsabilità», conclude Ranucci. «Spacchettare per quattro il coordinamento delle inchieste — due capi-autori e due conduttori — significa ammazzarlo. Loro hanno capito che il punto di forza era il format e l’hanno distrutto». E ora, che succederà? «Per adesso sono in ferie, ho più di 200 giorni da smaltire», conclude prima di farsi abbracciare dalla folla. Domani, si vedrà. La battaglia è appena iniziata e potrebbe portare dritto in tribunale.