Il ricorso, come risposta alla rimozione d’imperio dalla guida di Report. Il tour teatrale, che prosegue nonostante qualche maldestra pressione politica, come quella che puntava ieri a negargli il teatro di Agrigento. E il nuovo libro che Sigfrido Ranucci chiuderà nelle prossime settimane per Bompiani, uscita febbraio 2027. Il titolo è vagamente stendhaliano: “Il bianco e il nero”. Un racconto, secondo quanto risulta a Repubblica, verosimilmente forte e personale. Dove chissà se l’eroe prende atto della caduta, ma certo ci sarà spazio per le trame di chi conta, il rancore dei potenti e soprattutto le zone grigie, aree d’elezione da sempre per chi fa il giornalista d’inchiesta.
«La via del tribunale? In assenza di passi indietro da parte della Rai, diventerà inevitabile. Stanno andando avanti con la soppressione del format e il mio trasferimento ad horas senza spiegare perché. Faremo di tutto», chiarisce Ranucci dal torrido sabato siciliano, mentre prosegue la sua tournée teatrale. Fer…
Il ricorso, come risposta alla rimozione d’imperio dalla guida di Report. Il tour teatrale, che prosegue nonostante qualche maldestra pressione politica, come quella che puntava ieri a negargli il teatro di Agrigento. E il nuovo libro che Sigfrido Ranucci chiuderà nelle prossime settimane per Bompiani, uscita febbraio 2027. Il titolo è vagamente stendhaliano: “Il bianco e il nero”. Un racconto, secondo quanto risulta a Repubblica, verosimilmente forte e personale. Dove chissà se l’eroe prende atto della caduta, ma certo ci sarà spazio per le trame di chi conta, il rancore dei potenti e soprattutto le zone grigie, aree d’elezione da sempre per chi fa il giornalista d’inchiesta.
«La via del tribunale? In assenza di passi indietro da parte della Rai, diventerà inevitabile. Stanno andando avanti con la soppressione del format e il mio trasferimento ad horas senza spiegare perché. Faremo di tutto», chiarisce Ranucci dal torrido sabato siciliano, mentre prosegue la sua tournée teatrale. Ferito. Arrabbiato, dopo l’estate più lunga e difficile. Una ripartenza che coincide, per paradosso, con lo scacco matto inflitto dall’azienda di Stato.
«Le scelte su quei conduttori non mirano solo a distruggere me, ma a colpire al cuore l’intera storia e professionalità di Report. Eravamo tutti nel loro bersaglio», tira le fila Ranucci, ora che gli inviati minacciano di andarsene in blocco. E girano voci che anche lui stia valutando i piani B. Forse La 7, forse Il Fatto, una candidatura in Parlamento? Non ora, nessun progetto all’orizzonte, la versione ufficiale: se non combattere per un atto che è «puro arbitrio».
Il clima da resa dei conti lo insegue, spiega. «Non volevano neanche farmi esibire ad Agrigento. È stata FdI a chiedere che non mi dessero il teatro. Non solo mi vogliono silenziare in Rai, ma farmi terra bruciata anche fuori. Come si chiama questa cosa? Persecuzione, killeraggio». Sbotta, dopo mesi consumati sotto il peso dei sospetti, «le pagine nemiche, i 2800 pezzi delle testate di Angelucci». E nulla concede a misteri e opacità. «Ma che colpa ho? Di non essere saltato in aria?».
L’ordigno fatto piazzare da Valter Lavitola, il faccendiere suo “fraterno amico” oggi in carcere – insieme alle ricostruzioni fornite dallo stesso pregiudicato e ritenute dal gip «fumose e inverosimili» – offrono la testa di Ranucci. Quella che TeleMeloni chiedeva da tanto.
«C’è un aspetto che tanti trascurano - analizza Ranucci – C’è stato il lavoro del comitato etico. Com’è finito? Io ho smontato tutto, con i fatti. Ho mostrato che i rapporti con Lavitola non hanno influenzato il mio lavoro. Che lui non aveva avuto alcun ruolo. Quindi torniamo al punto: perché mi cacciano? Dov’è la motivazione». È qui la sua barricata. Dove l’aspetto pubblico si intreccia con il privato, da lui stesso esposto (senza sconti) in un libro. «Mi ritrovo anche campione di bullismo sessuale, quando un audit interno ha chiuso ogni questione. Ne risponderanno, tutti. Non è ancora consentita la distruzione del nemico». Intorno, gli amici di sempre, e i garanti del giornalismo indipendente. Come Beppe Giulietti, di Articolo 21. lucido: «Rivendico il diritto di chiunque a criticare Ranucci, per un post sbagliato o le cene. Ma il punto è uno: Ranucci e il format di Report dovevano scomparire, per questa destra, da tempo. Una volontà che precede di molto la bomba e le avventure di Lavitola. E poiché la Rai da servizio pubblico sta diventando agenzia governativa, c’è di che allarmarsi e combattere». Analoga riflessione di Roberto Natale, dal cda Rai: «La Rai non dà risposta alla questione centrale: l’amicizia, pur discutibile, con Lavitola, ha influenzato o no i temi di Report? Se è avvenuto, giusto che lui sia rimosso. Se non è successo, siamo all’ipocrita copertura data al diktat di affondare un programma scomodo». Ranucci intanto non si ferma. E scrive gli ultimi capitoli del libro “Il bianco e il nero”.
Tra i primi a comprarlo ci sarà di certo il sindaco di Monreale, Alberto Arcidiacono. Cui hanno chiesto, in queste ore, se per caso volesse revocare la cittadinanza onoraria data, nel ‘24. a Ranucci. «E perché mai, ho risposto. È bravo, e non è un criminale», sorride lui. È di FI. «Ha visto? Sono di centrodestra e non mangio Ranucci».