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Gli attentatori resteranno in carcere. Il gip: “Sono reticenti e non attendibili”

Pomezia, bomba distrugge l'auto di Sigfrido Ranucci, l'attentato nella notte a Pomezia.

 

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Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello speravano nei domiciliari dopo l’interrogatorio di 10 ore in cui hanno scaricato le colpe su Tavares
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Niente scarcerazione. Quei due mentono. Sono «reticenti» e «non attendibili», per il gip di Roma, Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, i due pregiudicati finiti a Rebibbia con l’accusa di essere tra gli esecutori materiali dell’attentato messo a segno, lo scorso ottobre, sotto casa di Sigfrido Ranucci, mandante Valter Lavitola, «fraterno amico» del conduttore di Report.

Il giudice respinge l’istanza degli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, mette in risalto le contraddizioni tra la ricostruzione offerta dagli indagati e ciò che invece risulta alla Procura di piazzale Clodio, tra atti d’indagine e intercettazioni. Restano tutte in piedi le esigenze cautelari. Anche alla luce dell’aggravante del metodo mafioso contestato agli indagati, un altro aspetto su cui si concentrerà dinanzi al Riesame, a fine mese, il braccio di ferro tra accusa e difesa.

Dopo la svolta che ha portato alla cattura e alla confessione del faccendiere Lavitola sulla tesi clamorosa della “bomba d…

Niente scarcerazione. Quei due mentono. Sono «reticenti» e «non attendibili», per il gip di Roma, Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, i due pregiudicati finiti a Rebibbia con l’accusa di essere tra gli esecutori materiali dell’attentato messo a segno, lo scorso ottobre, sotto casa di Sigfrido Ranucci, mandante Valter Lavitola, «fraterno amico» del conduttore di Report.

Il giudice respinge l’istanza degli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, mette in risalto le contraddizioni tra la ricostruzione offerta dagli indagati e ciò che invece risulta alla Procura di piazzale Clodio, tra atti d’indagine e intercettazioni. Restano tutte in piedi le esigenze cautelari. Anche alla luce dell’aggravante del metodo mafioso contestato agli indagati, un altro aspetto su cui si concentrerà dinanzi al Riesame, a fine mese, il braccio di ferro tra accusa e difesa.

Dopo la svolta che ha portato alla cattura e alla confessione del faccendiere Lavitola sulla tesi clamorosa della “bomba d’amore” («L’ho voluta io», «L’ho fatto per il bene di Ranucci», «Per fargli alzare i livelli di protezione»), i due pregiudicati puntavano ai domiciliari. Avevano risposto per dieci ore, giovedì scorso, alle domande del pm Edoardo De Santis. Di fatto, scaricando ogni responsabilità e disegno su Clesio Gomes Tavares, il factotum di Lavitola scappato per tempo all’estero (forse ancora in Camerun, Africa; forse già dagli amici in Russia). Oltre a loro, sono accusati della bomba contro Ranucci anche Saverio Mutone, attualmente in carcere, e Marika De Filippis, compagna di D’Avino, cui sono stati concessi i domiciliari perché in procinto di partorire.

L’annunciata collaborazione di D’Avino e Passariello con la giustizia non è però ritenuta adeguata. Vuoti, bugie, sono tanti i conti che non tornano ancora. L’attentato, è la versione di D’Avino e Passariello, era stato loro commissionato come un lavoro facile, «un’azione veloce», pagato «solo 3mila euro in tutto», mentre i due non conoscevano Lavitola, né Ranucci, non avevano mai visto Report. L’azione dinamitarda era organizzata «per non far male a nessuno», doveva essere solo una messinscena, «’nu cinema», avevano detto agli inquirenti. Più o meno quello che ora il giudice pensa del loro racconto. Tesi condivisa dalla Procura, che aveva già dato parere negativo ai domiciliari.

Le loro dichiarazioni si sono rivelate dunque «in numerose parti reticenti» quanto alla «ricostruzione completa dei fatti». E «contraddette dalle risultanze delle intercettazioni», scrive il gip Livio Sabatini (in sostituzione della titolare del fascicolo, Monica Iole).

In particolare, Passariello e D’Avino sostengono di aver ricevuto tutto, anche l’esplosivo, da Tavares. Mentre le intercettazioni svelano che è stato D’Avino a procurare l’ordigno. L’esplosivo impiegato per far saltare in aria le due auto di Ranucci non era di tipo plastico, ma «gelatina da cava», recuperata proprio da D’Avino. E non è credibile che i due nulla sapessero della composizione della bomba, nulla del (popolarissimo) destinatario, né di Lavitola, il capo del loro amico Tavares. Un’inchiesta ancora piena di buchi neri.

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