MILANO – Per gli intimi, che sono tanti e pure assai trasversali, è Marione: accrescitivo d’obbligo non solo per una certa imponenza fisica, ma anche per l’attitudine cordiale e la postura avvolgente, la capacità istantanea di entrare in sintonia con l’interlocutore, perfino la voce baritonale con sfumature lombarde doc. Ma in fondo un po’ Marione anche per tutti quelli, una moltitudine, che ha incontrato in quasi trent’anni di carriera tra libri e giornali. Una carriera che adesso vuole cambiare, trasformandosi da giornalista che fa domande ad amministratore che deve invece dare risposte.
Milano, del resto, è la sua città, anche se per oltre un ventennio — Roma, Stati Uniti, Torino, poi di nuovo Roma — la sua vita professionale è stata sopr…
MILANO – Per gli intimi, che sono tanti e pure assai trasversali, è Marione: accrescitivo d’obbligo non solo per una certa imponenza fisica, ma anche per l’attitudine cordiale e la postura avvolgente, la capacità istantanea di entrare in sintonia con l’interlocutore, perfino la voce baritonale con sfumature lombarde doc. Ma in fondo un po’ Marione anche per tutti quelli, una moltitudine, che ha incontrato in quasi trent’anni di carriera tra libri e giornali. Una carriera che adesso vuole cambiare, trasformandosi da giornalista che fa domande ad amministratore che deve invece dare risposte.
Milano, del resto, è la sua città, anche se per oltre un ventennio — Roma, Stati Uniti, Torino, poi di nuovo Roma — la sua vita professionale è stata soprattutto altrove. E Milano la conosce bene sia per la passione per la grande e la piccola storia, sia per esperienze personali. Tra quelle che gli sono rimaste più impresse, fuor di metafora, l’incontro Anni Ottanta tra i due mondi — ricchi e poveri, per semplificare — che ancora oggi si fronteggiano in zona San Siro. Partitella a calcetto con gli amici, pallone sottratto da ragazzi più grandi e — direbbe Bonaccini — meno acculturati: civilissime ma ferme rimostranze del Nostro e come tutta risposta un calcione i cui effetti sull’osso sacro, sostiene, si fanno ancora sentire quando cambia il tempo.
Pesa, ovviamente, il dato biografico. Nel 1972, quando ha solo due anni, suo padre, il commissario di polizia Luigi Calabresi, viene ucciso da un commando di Lotta Continua dopo una martellante campagna stampa che lo accusa della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli; la gioventù di Mario passa in una città dove, in alcuni ambienti, quel cognome è ancora uno stigma. Potrebbe finire in un pozzo di autocommiserazione e in una palude di rancore, ma è proprio il suo primo libro, “Spingendo la notte più in là”, a segnare — e magari anche agevolare — una rotta opposta: regolare i conti con la memoria e poi guardare avanti, forte di aver sperimentato sulla sua pelle che cosa accade quando la politica diventa odio e l’intolleranza metodo. Dietro quel salto da una ferita privata a uno spazio di riflessione condivisa ci sono le sue capacità personali, ma anche una famiglia non comune: una madre di luminosa serenità come Gemma Capra, risposata nel 1984 con Tonino Milite, poeta e pittore, inventore della bandiera arcobaleno, padre del loro figlio Uber e secondo padre per Mario — a lui legatissimo — e per i suoi fratelli. Adesso sarebbe facile, ma sbagliato, leggere la corsa alla conquista di Milano come una rivincita su quegli anni di piombo. Più corretto, invece, interpretarlo come un segno di libertà anche rispetto a un passato a lungo elaborato.
La cifra della carriera giornalistica è la curiosità continua ma anche una visione lunga: meglio un rapporto duraturo di uno scoop, meglio conoscere le persone che bruciarle in una notizia. E una certa capacità di tenere sul mondo uno sguardo realista senza per questo farsene schiacciare e senza mai cercare mediazioni al ribasso. Una strada che lo porta per quasi dieci anni alla guida di due quotidiani di primo piano: direttore della Stampa dall’aprile 2009 alla fine del 2015, poi di Repubblica dal gennaio 2016 al febbraio 2019.
Con un profilo pur radicato nel centrosinistra rifugge però dalle ideologie e affianca, quando addirittura non privilegia, il rapporto umano agli schemi di potere: così è al Calabresi cronista politico che nel luglio del 2000 Silvio Berlusconi affida il racconto del suo tumore alla prostata; è a casa sua che Giorgio Napolitano passa quando è in visita ufficiale a Torino. E lo stesso accade per mille altri personaggi, noti e molto meno noti.
Nel 2020, dopo l’uscita da Repubblica, fonda Chora Media, piattaforma di podcast di cui è frontman e uomo di relazioni, capace di portare a casa contatti e contratti aziendali uno dopo l’altro. Un nuovo giornalismo in cui dà sfogo anche alla voglia di investire sui giovani che lo accompagna da sempre. Oggi, dietro la decisione di lasciare, probabilmente anche la percezione che Chora sia diventata scomoda per l’ingresso nel capitale dei criptofinanzieri Ardoino e Devasini, gli stessi che investono nelle piattaforme social della destra trumpiana Usa.
Poi c’è il Calabresi privato, che si innesta spesso in quello pubblico. Il primo matrimonio con Caterina Ginzburg — nobiltà intellettuale di sinistra, nipote di Natalia — e con lei due adorate figlie, oggi all’università. Gli amici del liceo, molti rimasti tali per una vita, e proprio una compagna di classe diventata anche lei giornalista — Silvia Nucini — sposata nel marzo scorso. Ottima forchetta — una passione per la focaccia di Bogliasco — da qualche anno, dopo aver rilevato un piccolo podere piemontese appartenuto al bisnonno, anche produttore di vino per gli amici. Non pregiudizialmente ostile al riposo — sonnellino postprandiale compreso — produce però a ritmo serrato narrazioni in ogni forma, complice la capacità di entrare in sintonia con l’interlocutore, di conquistarne la fiducia.
Piacere piace, insomma. Ed è un fattore che conta in una città come Milano, dove l’elettorato di centrosinistra non basta e il sindaco si costruisce storicamente anche tra i morbidi tornanti della borghesia, nel mondo cattolico — a cui la famiglia Calabresi è sempre stata vicina — tra professioni, impresa, associazionismo. Le primarie, con il loro marchio identitario, saranno il colle più difficile da scalare. Poi la strada contro il centrodestra — Marione ci conta — è prevista in discesa.