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A Cernobbio gelida stretta di mano tra Salvini e Vannacci. Nordio insiste sul codice penale del Duce

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Il veloce, imbarazzante e inevitabile saluto tra l’ex generale e il leader leghista. Il Guardasigilli: “Punita ricostituzione del partito fascista ma il manuale è firmato da Mussolini”. Giogetti: “Gestisco il debito da sovranista pragmatico”
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CERNOBBIO – Felice come un bambino al lunapark tra saloni con gli stucchi, affreschi, dorature, lampadari monumentali e il super buffet per gli ospiti di Villa d'Este, il generale in pensione Roberto Vannacci – così “antisistema” che da tre giorni non si schioda da Cernobbio – incrocia Matteo Salvini. Il vicepresidente del Consiglio cerca di evitarlo, fa il vago, parla con l'ad di Ambrosetti Valerio De Molli e con il collega ministro Pichetto Fratin. Il fondatore di Futuro Nazionale però si avvicina e stringe la mano a tutti. A quel punto il leader della Lega non può far altro che contraccambiare, freddissimo, fintamente distratto.

In pochi secondi c'è tutta la storia di un rapporto finito male. Perché Salvini fu colui che, scoppiato il caso del libro dell'allora militare, si rese subito disponibile a candidarlo alle Europee, per portarsi a casa un po' di voti facili. Lo fece pure vicesegretario del partito quando Vannacci si decise a prendere la tessera, contro il volere di mezza Leg…

CERNOBBIO – Felice come un bambino al lunapark tra saloni con gli stucchi, affreschi, dorature, lampadari monumentali e il super buffet per gli ospiti di Villa d'Este, il generale in pensione Roberto Vannacci – così “antisistema” che da tre giorni non si schioda da Cernobbio – incrocia Matteo Salvini. Il vicepresidente del Consiglio cerca di evitarlo, fa il vago, parla con l'ad di Ambrosetti Valerio De Molli e con il collega ministro Pichetto Fratin. Il fondatore di Futuro Nazionale però si avvicina e stringe la mano a tutti. A quel punto il leader della Lega non può far altro che contraccambiare, freddissimo, fintamente distratto.

In pochi secondi c'è tutta la storia di un rapporto finito male. Perché Salvini fu colui che, scoppiato il caso del libro dell'allora militare, si rese subito disponibile a candidarlo alle Europee, per portarsi a casa un po' di voti facili. Lo fece pure vicesegretario del partito quando Vannacci si decise a prendere la tessera, contro il volere di mezza Lega. Una fiducia non ripagata, visto che poi Vannacci se n'è andato e ora, con il suo 7 per cento secondo i sondaggi, si sta mangiando il Carroccio, nel frattempo precipitato al 4-5 per cento.

Quando Vannacci ruppe, Salvini gli diede del «traditore». Non si erano più rivisti dopo un incontro che doveva essere chiarificatore e che invece certificò una rottura ormai insanabile. Il resto se lo sono detti in questi mesi sui social e sulle agenzie. «Una stretta fra gentiluomini», l'ha definita il leader “futurista”, che gongola per la sua scommessa vinta e non fa nulla per nasconderlo. Per Salvini, invece, la situazione è critica: non solo la Lega è in crisi, ma la sua stessa leadership è messa in discussione dentro il Carroccio.

A proposito di fascismo, del passato ma anche del presente, da registrare c'è la sortita del ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Il codice penale è firmato da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III. Per cui noi ci troviamo nella contraddizione che oggi, mentre parliamo sempre di antifascismo, fascismo rinascente eccetera, una persona viene giudicata da un giudice che magari lo condanna per ricostituzione del partito fascista, tenendo in mano un codice firmato da Mussolini». Non è la prima volta che Nordio ricorre al fascismo per argomentare le sue tesi sulla giustizia: durante la campagna per il referendum disse che l'unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era coerente con il vecchio processo inquisitorio del regime. Insomma, per Nordio il fascismo è morto e sepolto, tranne quando torna utile per spiegare perché la giustizia italiana andrebbe cambiata.

A Cernobbio c’è anche Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia prima ammette: “Non siamo stati dei fenomeni, ma la barca è rimasta in galleggiamento”. E poi si definisce “sovranista” perché ritiene che, aggiunge, “per riuscire a gestire il proprio debito pubblico in questo modo sia una grande dimostrazione di sovranismo pragmatico, questa è una definizione che mi sono autoimposto e di cui vado molto fiero. Non si può essere sovranisti sparandole grosse, si può essere sovranisti facendo i fatti e questo mi sembra la cosa più importante".

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