Affondo di Londra e undici Paesi contro Israele: “Ecco le sanzioni per i coloni”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – È una crisi diplomatica clamorosa quella tra Regno Unito e Israele. Perché ieri il governo laburista di Andy Burnham ha annunciato dure sanzioni contro i coloni, responsabili di occupazioni e continui attacchi ai palestinesi in Cisgiordania: stop a import ed export degli insediamenti israeliani, sanzionati anche tutti gli individui e aziende che “faciliteranno l’espansione”.
Non solo. Il nuovo ministro degli esteri Ed Miliband ha parlato, per la prima volta, di «pulizia etnica» da parte dei coloni «terroristi», oltre a criticare «i crimini di guerra» dell’esercito israeliano a Gaza, in attesa che la Corte Internazionale si esprima sul possibile «genocidio». Con Londra, si sono schierati in blocco altri 11 Paesi: in primis Francia e Canada, poi Spagna, Danimarca, Finlandia, Islanda, Polonia, Portogallo, Svezia, Norvegia e Irlanda. Assenti, tra i grandi, l’Italia di Meloni e la Germania.
LONDRA – È una crisi diplomatica clamorosa quella tra Regno Unito e Israele. Perché ieri il governo laburista di Andy Burnham ha annunciato dure sanzioni contro i coloni, responsabili di occupazioni e continui attacchi ai palestinesi in Cisgiordania: stop a import ed export degli insediamenti israeliani, sanzionati anche tutti gli individui e aziende che “faciliteranno l’espansione”.
Non solo. Il nuovo ministro degli esteri Ed Miliband ha parlato, per la prima volta, di «pulizia etnica» da parte dei coloni «terroristi», oltre a criticare «i crimini di guerra» dell’esercito israeliano a Gaza, in attesa che la Corte Internazionale si esprima sul possibile «genocidio». Con Londra, si sono schierati in blocco altri 11 Paesi: in primis Francia e Canada, poi Spagna, Danimarca, Finlandia, Islanda, Polonia, Portogallo, Svezia, Norvegia e Irlanda. Assenti, tra i grandi, l’Italia di Meloni e la Germania.
Il governo di Benjamin Netanyahu è una furia. Soprattutto contro Londra, considerata il Paese agitatore. Israele ha subito risposto con la chiusura del consolato britannico di Gerusalemme, l’espulsione dei rappresentanti di Londra dal board su Gaza e il divieto di ingresso a 11 deputati britannici, tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. «È un annuncio scandaloso, sono bugie ignobili», ha ruggito il ministro degli esteri israeliano Sa’ar, «così il governo britannico alimenta l’antisemitismo dilagante nel mondo. Non permetteremo mai la creazione di uno Stato palestinese nel cuore della nostra terra». E l’altro ministro Ben Gvir: «Ora Netanyahu riconosca le Malvinas all’Argentina».
Ma britannici ed europei alleati non mollano. Ieri sera ribattevano colpo su colpo. «Teniamo a cuore la soluzione di due popoli e due Stati», scrivono Burnham, il leader francese Macron e quello canadese Carney, «ma la crescente violenza dei coloni e la sistemica espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania», incluso il famigerato progetto “E1” a est di Gerusalemme da 1200 unità, «ci impongono di prendere questa iniziativa, per proteggere anche lo Stato di Israele» con cui resteranno le relazioni commerciali, di intelligence e difesa. Aggiunge il premier britannico in serata: «Dobbiamo difendere i nostri valori: la sofferenza dei palestinesi e le continue uccisioni a Gaza sono una cicatrice sulla coscienza del mondo».
Israele accusa Miliband di odio antisemita. Il ministro risponde: «Cosa dite, sono ebreo!», come lo è anche il suo massimo consigliere. Lo stesso Miliband, parlando ai Comuni, ammette come la svolta sia arrivata proprio con Burnham, che lo scorso luglio ha spodestato Starmer da Downing Street: «Avremmo dovuto farlo prima». A quanto si apprende, il nuovo premier, esponente della sinistra del partito, ha voluto imprimere questa svolta noncurante delle imminenti elezioni in Israele, perché le azioni degli ultimi mesi dei coloni starebbero distruggendo ogni prospettiva di pace. Le associazioni ebraiche e il rabbino capo britannico criticano Burnham: «Un giorno buio». E anche i deputati ebrei laburisti sono scossi, e si chiedono se la svolta non sia controproducente.
Israele ha costruito circa 160 insediamenti, nei quali vivono 700mila ebrei, da quando ha occupato la Cisgiordania e Gerusalemme Est durante la guerra in Medio Oriente del 1967. Fino a ieri sera, gli Stati Uniti, almeno con il segretario di Stato Rubio, non si sono immischiati, limitandosi a dire: «Noi non sanzioneremo i coloni». Ma l’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, ha duramente criticato britannici ed europei, alludendo addirittura a «sanzioni commerciali». Londra va dritta per la sua strada. A quanto si apprende, questa sarebbe solo la prima mossa di un “reset” più ampio del governo Burnham nei rapporti con Israele.