“Votate le preferenze libere”. L’opposizione sfida la destra. FdI apre, alleati in rivolta
di Serena RiformatoLa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni
ROMA – All’ultimo miglio, il Melonellum rischia di incartarsi al Senato. Effetto di una trappola parlamentare ben congegnata: le opposizioni unite hanno presentato un emendamento per introdurre preferenze libere, senza candidati blindati. Un sistema simile alle comunali: l’elettore può scrivere due nomi nel rispetto dell’alternanza di genere. È un modello radicalmente diverso da quello su cui il centrodestra ha faticosamente trovato l’accordo: capilista bloccati e tre crocette per scegliere chi eleggere tra altri sei nomi prestampati. Eppure, i senatori dem, ieri mattina, si sono trovati davanti alla reazione inaspettata dei colleghi di Fratelli d’Italia: «Così ci mettete in difficoltà», il commento a caldo del capogruppo meloniano Lucio Malan. «Non possiamo non votarla», avrebbe detto esplicitamente il presidente della commissione Affari costituzionali Andrea De Priamo. Non erano voci isolate.
La riflessione è in corso ai massimi livelli di via della Scrofa. C’è una difficoltà aggiun…
ROMA – All’ultimo miglio, il Melonellum rischia di incartarsi al Senato. Effetto di una trappola parlamentare ben congegnata: le opposizioni unite hanno presentato un emendamento per introdurre preferenze libere, senza candidati blindati. Un sistema simile alle comunali: l’elettore può scrivere due nomi nel rispetto dell’alternanza di genere. È un modello radicalmente diverso da quello su cui il centrodestra ha faticosamente trovato l’accordo: capilista bloccati e tre crocette per scegliere chi eleggere tra altri sei nomi prestampati. Eppure, i senatori dem, ieri mattina, si sono trovati davanti alla reazione inaspettata dei colleghi di Fratelli d’Italia: «Così ci mettete in difficoltà», il commento a caldo del capogruppo meloniano Lucio Malan. «Non possiamo non votarla», avrebbe detto esplicitamente il presidente della commissione Affari costituzionali Andrea De Priamo. Non erano voci isolate.
La riflessione è in corso ai massimi livelli di via della Scrofa. C’è una difficoltà aggiuntiva per i Fratelli: alla Camera hanno votato l’emendamento per le preferenze libere di Futuro nazionale, sicuri che non sarebbe passato (il centrosinistra non l’ha votato). Come giustificare il cambio di posizione al Senato?
Se FdI votasse a favore l’effetto sarebbe dirompente: la norma passerebbe ma sarebbe a rischio la legge elettorale. I tentennamenti dei meloniani, anticipati da Repubblica, hanno infatti subito messo in allarme il resto del centrodestra. Fonti di Forza Italia hanno consegnato alle agenzie minacce velate: «Non sono questi gli accordi, così salta la legge. Confidiamo nella serietà e lealtà degli alleati, certi che nessuno intenda aprire un problema politico nella coalizione». Lealtà. Il leader della Lega Matteo Salvini si limita a un laconico: «Per noi il testo va bene così com’è». Sullo sfondo, il desiderio di molti in maggioranza: che si crei il pretesto per far saltare la riforma, calendarizzata alla Camera il 28 settembre per l’ok finale. «Con la fiducia», annuncia la blindatura Maurizio Lupi.
Le carte andranno scoperte oggi in aula. Nel pomeriggio, salvo imprevisti, comincerà il voto sugli emendamenti. «Misureremo la vostra coerenza. Votate le nostre preferenze vere e non la vostra truffa», il guanto di sfida del responsabile Riforme del Pd Alessandro Alfieri. «Se non le votano, Meloni perde la faccia», rilancia il 5S Luca Pirondini.
La trappola delle opposizioni è stata possibile anche grazie a una concessione del presidente del Senato Ignazio La Russa. Tecnicamente, quello delle minoranze, è un sub-emendamento all’emendamento della maggioranza. Perché importa? In commissione Affari costituzionali, la maggioranza è riuscita a evitare il voto sul testo delle opposizioni, in aula non sarà possibile.
Ieri mattina, quando ancora il centrodestra non sapeva di avere un nuovo problema, i delegati della destra si sono visti in via della Scrofa per sciogliere quelli che sembravano gli ultimi nodi. Nella riunione di due ore hanno deciso tenere la soglia per il premio al 42%, scartando l’emendamento di FdI che proponeva di portarla al 41%. Cestinata anche la proposta dei meloniani di permettere ai sindaci in corsa per le Politiche di dimettersi solo all’accettazione della candidatura e non 180 giorni prima del voto, come prevede oggi la legge. Lega e FI ritenevano avvantaggiasse il Pd. Un’altra questione aperta: la norma anti-cespugli. Voluta da FI alla Camera, prevede che non vengano conteggiati nel totale della coalizione i voti di partiti sotto il 3% che non siano il “miglior perdente”. La paura è che il Colle non gradisca la misura: in una legge elettorale basata su un premio di maggioranza, anche uno 0,1% può fare la differenza tra la vittoria di una coalizione o l’altra. FdI vuole cancellare l’asticella. La Lega vuole tenerla almeno all’1%, gli azzurri al 2%. Sulla cifra non c’è ancora accordo.
Come previsto, a sera, un solitario senatore Marcello Pera ha annunciato all’aula mezza vuota di Palazzo Madama che avrebbe ritirato il suo emendamento sul ballottaggio: «Non farò il Pierino», ha detto. «Ma è una occasione persa».