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Preferenze, la tentazione di Meloni per ragioni di “coerenza”. Il rischio voto anticipato

(lapresse)

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La premier consulterà nelle prossime ore gli alleati per evitare una crisi al buio
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A caldo, Giorgia Meloni ne fa una questione di «coerenza». «Come facciamo a non sostenere qualcosa che abbiamo votato alla Camera?», è il ragionamento della premier che rimbalza al vertice dell’esecutivo. A sera, la linea è più cauta: la scelta definitiva arriverà solo stamane al termine di riunioni di massimo livello, Fratelli d’Italia valuta seriamente di sostenere l’emendamento. Anche a costo di far affondare nella palude l’intera riforma? La presidente del Consiglio, così giurano i suoi, teme questo scenario, anche se sarebbe comunque tentata dallo strappo.

Nel centrodestra le regole sembrano saltate, prevale l’improvvisazione. Mentre Antonio Tajani è in missione all’estero, Stefania Craxi fa sapere in privato agli emissari meloniani che la rottura del patto di maggioranza avrebbe un effetto immediato: la legge finirebbe in un vicolo cieco «un minuto dopo». Nella Lega, poi, prevale l’entropia: metà del gruppo non risponde a Matteo Salvini, impossibile prevederne la reazione. E an…

A caldo, Giorgia Meloni ne fa una questione di «coerenza». «Come facciamo a non sostenere qualcosa che abbiamo votato alla Camera?», è il ragionamento della premier che rimbalza al vertice dell’esecutivo. A sera, la linea è più cauta: la scelta definitiva arriverà solo stamane al termine di riunioni di massimo livello, Fratelli d’Italia valuta seriamente di sostenere l’emendamento. Anche a costo di far affondare nella palude l’intera riforma? La presidente del Consiglio, così giurano i suoi, teme questo scenario, anche se sarebbe comunque tentata dallo strappo.

Nel centrodestra le regole sembrano saltate, prevale l’improvvisazione. Mentre Antonio Tajani è in missione all’estero, Stefania Craxi fa sapere in privato agli emissari meloniani che la rottura del patto di maggioranza avrebbe un effetto immediato: la legge finirebbe in un vicolo cieco «un minuto dopo». Nella Lega, poi, prevale l’entropia: metà del gruppo non risponde a Matteo Salvini, impossibile prevederne la reazione. E anche immaginando che la riforma ottenga comunque il placet degli alleati a Palazzo Madama, resterebbe lo scoglio della Camera: il voto segreto la minaccia.

Eppure, Meloni non esclude di violare l’accordo con i partner. Pesa anche la pressione del nemico a destra. Stamane, così almeno temono a Palazzo Chigi, Roberto Vannacci potrebbe sfidare la premier: voti o ti mostri incoerente? Si decide tutto nelle prossime ore. Ignazio La Russa, che regolamento alla mano ha aperto al voto sui subemendamenti creando di fatto il varco per le opposizioni, continua a mantenersi molto cauto: «Decide Giorgia - sostiene a sera con i colleghi di partito - lo farà all’ultimo». Il presidente del Senato, d’altra parte, aveva consigliato – inascoltato – di introdurre il ballottaggio per blindare la legge, ma ha dovuto subire lo stop di Salvini. Che ora giochi di sponda con Meloni o meno, nessuno può dirlo: di certo i vertici di FI e Lega, nel panico, sospettano si muovano in modo coordinato per sgambettarli.

È tra i pochi vantaggi tattici di Meloni, in questa fase: pensa di poter forzare la mano sfruttando la debolezza degli alleati. Davvero avranno il coraggio di affossare la riforma, rischiando una crisi di governo ed elezioni all’inizio del 2027? La scommessa è che possano ingoiare anche un nuovo sgarbo, ma la prudenza consiglia di non metterli alla prova. Chi di certo non sembra intenzionata a farlo è però Marina Berlusconi: per lei accettare preferenze libere significa offrire a Tajani il controllo totale dei prossimi gruppi (tutti i ras delle preferenze sono schierati con il vicepremier) e ad Arcore non verrebbe garantita la “quota” di fedelissimi già opzionata.

Esiste poi un altro piano, in questa storia. Quello dei desideri o delle tentazioni inconfessabili. Per Meloni, tenere in vita il Rosatellum – e dunque i collegi uninominali - significherebbe rafforzare il voto utile contro Vannacci e probabilmente perdere assai meno di quando accadrebbe con il premio di maggioranza previsto dalla riforma. Questo schema, inoltre, sembra piacere molto anche al Pd.

La trappola al Senato è stata piazzata dai dem. Il regista dell’operazione, Francesco Boccia, ha in mano il pallottoliere. Con l’eventuale via libera dei meloniani, la maggioranza a favore delle preferenze sarebbe schiacciante: ai 73 voti del campo largo si aggiungerebbero i 63 di FdI. In tutto, 136 su 200. Se la legge dovesse naufragare, il Pd centrerebbe anche un altro obiettivo: scongiurare le primarie per la scelta del candidato premier, che si va sempre più profilando come uno scontro all’ultimo sangue tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Decadrebbe infatti l’obbligo – previsto dal Melonellum – di indicare il capo della coalizione nel programma. E le eventuali elezioni anticipate fornirebbero anche l’alibi per evitare la conta progressista: i tempi sarebbero troppo stretti e renderebbero impraticabile l’apertura dei gazebo. Con un vantaggio in più, per i dem e soprattutto per Schlein: in caso di vittoria, difficile non garantire la premiership al leader del partito più votato.

Convincere Conte non sarà però semplicissimo. Il presidente del M5S, annusata l’aria, avrebbe già fatto trapelare di non essere disponibile a rinunciare alle primarie. Con qualunque sistema di voto, è la sua linea, dovrà essere una competizione vera a decidere chi indosserà la fascia di capitano.

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