Cappato ricorda Bonino: “Un carattere difficile. Spronava noi giovani dicendoci: tigna radicale!”
di Concetto VecchioMarco Cappato, una vita nei radicali, Emma Bonino aveva un modo di dire che ne esprimeva il carattere?
“Oh, sì, diceva sempre: “Non facciamo la pulce che si fa la permanente”. Era un modo per spronarci a non parlarci addosso, a essere efficaci. “Noi dobbiamo cambiare le cose”, ci ammoniva. “Tigna radicale! ripeteva”.
Cos’era? L’invito a non mollare mai?
“Sì, a costo di essere insistenti, cocciuti, persino fastidiosi. Non bisognava aver paura di esserlo”.
Bisognava farsi notare, per far passare le proprie idee?
“Lei l’ha fatto tante volte, dando l’esempio. Ha dato sempre tutto. C’erano queste riunioni pazzesche, che duravano tre giorni e tre notti, dove tutti fumavano. Emma metteva spietatamente nel pratico le idee di Pannella, le metteva a terra”.
Erano diversi?
“Sì, certo, ma a lungo sono stati complementari. Poi per Pannella il personale e il politico erano una sola cosa. Per Emma no”.
In cosa era diversa?
“Emma ci teneva molto a difendere gli spazi più personali. E siccome in lei …
Marco Cappato, una vita nei radicali, Emma Bonino aveva un modo di dire che ne esprimeva il carattere?
“Oh, sì, diceva sempre: “Non facciamo la pulce che si fa la permanente”. Era un modo per spronarci a non parlarci addosso, a essere efficaci. “Noi dobbiamo cambiare le cose”, ci ammoniva. “Tigna radicale! ripeteva”.
Cos’era? L’invito a non mollare mai?
“Sì, a costo di essere insistenti, cocciuti, persino fastidiosi. Non bisognava aver paura di esserlo”.
Bisognava farsi notare, per far passare le proprie idee?
“Lei l’ha fatto tante volte, dando l’esempio. Ha dato sempre tutto. C’erano queste riunioni pazzesche, che duravano tre giorni e tre notti, dove tutti fumavano. Emma metteva spietatamente nel pratico le idee di Pannella, le metteva a terra”.
Erano diversi?
“Sì, certo, ma a lungo sono stati complementari. Poi per Pannella il personale e il politico erano una sola cosa. Per Emma no”.
In cosa era diversa?
“Emma ci teneva molto a difendere gli spazi più personali. E siccome in lei impegno e vita privata coincidevano a volta ne provava sofferenza, si portava come un peso, che rischiava di spezzarla”.
Ha fatto moltissimi scioperi della fame.
“Ricordo, fra i tanti, quello della sete per promuovere la candidatura di Luca Coscioni, ammalato di Sla. Non si riusciva a far raccontare la sua storia, specie in tv. Lei fu cocciutissima”.
Come andò?
“Fece uno sciopero durissimo, che le provocò danni fisici, ai denti, veri patimenti, ma lo fece con piena convinzione, per un’idea alta della politica”.
Quando vi siete conosciuti?
“Nel 1993. Avevo 22 anni. Al congresso del Partito transnazionale all’Hotel Ergife. Mesi prima Pannella era venuto nella mia città, Monza, per le elezioni. Mio fratello si era candidato con i radicali, ci conoscemmo, e lui, che era dispettoso, disse a mio fratello: “Ho conosciuto il vero radicale della famiglia!”.
Com’era Emma con voi giovani?
“Nell’immediato non seduttiva. Con lei dovevi superare un po’ la prova”.
Vi studiava?
“Aveva un carattere difficile, che andava un po’ capito. Ma non era né disinteresse, né superiorità, sia chiaro. Siccome pretendeva tantissimo da sé, con un senso del dovere molto forte, voleva capire se potevi dare altrettanto”.
Le viene in mente un esempio?
“Quando divenne commissario europeo, le diedero un dicastero davvero marginale, alla pesca. Ma lei studiò a fondo le questioni, sapeva a memoria i dossier, e un giorno si calò dall’elicottero su una nave per un’azione dimostrativa”.
Un’azione militante.
“Lei portò la tigna, anche nelle istituzioni. Era un talento. Pensi alla necessità di studiare l’arabo per conoscere le loro società, le culture”.
Cioè?
“Dopo l’11 settembre voleva conoscere quel che dicevano i giornali, la classe dirigente. Si mise d’impegno come una studentessa”.
Come spiega la sua popolarità?
“Un po’ era il frutto della sua storia, delle esperienze vissute, una ragazza di famiglia contadina che arriva alla Bocconi, e poi tramuta le esperienze, anche le più drammatiche, come l’aborto, nelle battaglie per le altre donne. Faceva lotte che erano il risultato di convinzioni che erano maturate nel suo vissuto in modo parossistico”
Battaglie esistenziali?
“Si percepiva il suo amore per i drammi dimenticati, la lotta contro crimini di guerra, i diritti, da Kabul, dove fu arrestata dai talebani, ai Balcani, ma sempre dentro la politica concreta. Ricordo il successo nella creazione della Corte penale internazionale, oggi sotto attacco da parte di Trump”.
La gente l’ha amata perché capiva che era autentica?
“Era un distillato di vita”.
Per molte donne è stata d’ispirazione.
“La sentivano accanto”.
Che eredità lascia?
“Eredità è una parola che mi piace poco. Vi contrapporrei il concetto di memoria. La necessità di battersi per difendere la democrazia liberale, e i diritti, mettendo in gioco se stessi. Tutti possono farlo: questa è la lezione”.
Quando l’ha vista l’ultima volta?
“Prima dell’estate. Con Filomena Gallo andammo a cena a casa sua. Abbiamo cucinato insieme. Ci eravamo persi un po’ di vista”.
Avevate litigato?
“No, semplicemente le nostre strade si erano divaricate, io non avevo aderito a Più Europa, e quindi non ci frequentavamo più”.
Come la trovò?
“Molto dolce. Un termine che non avrei mai utilizzato per l’Emma di prima”.
Era stanca?
“Era totalmente sul pezzo, ma forse sentiva di essere arrivata alla fine, di non poter più lottare. In lei pensiero e azione erano stati inestricabili, ma sapeva che non poteva dare più l’esempio”.
Che ultimo ricordo ha?
“Di Emma che fuma. Sapeva che non poteva, però lo fece lo stesso, anche quella sera. Scrollò le spalle, dinanzi a un nostro rimprovero, con sguardo birichino”.