REGGIO EMILIA – Il senatore Cinquestelle Marco Croatti, in attesa del suo leader con una trentina tra parlamentari e attivisti locali, lo dice con candore: «È qua che bisogna venire a parlare, mica ai nostri». È il quarto anno di fila che Giuseppe Conte varca i cancelli della Festa nazionale dell’Unità, il terzo a Reggio Emilia. Mai come questa volta, però, l’ex premier entra a casa Pd con una sfida aperta alla sua segretaria Elly Schlein: decidere ai gazebo chi guiderà il centrosinistra contro Giorgia Meloni. Campagna elettorale per le primarie a casa dell’avversaria? «Mi invitano ogni anno, dovrei rifiutare? Ho sempre avuto una grandissima accoglienza». A chi chiede se sa che molti dei presenti – elettori Pd – voterebbero per lui, sorride di un sorriso largo, da fossetta a fossetta: «Non ipotecherei il futuro». Pronto a prenderselo. Ecco infatti mentre si fa strada verso la Sala Guccini, tra i militanti 5s in cerca di una stretta di mano, tre volontarie dem – con le magliette del partito – lo fermano per un selfie, i volti emozionati.
Quando sale sul palco con l’ex presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, la platea – tanti in piedi pur di assistere – gli tributa un lungo applauso (ma rimane imbattibile quello riservato a Pier Luigi Bersani nel panel precedente). La moderatrice Monica Guerzoni rompe l’idillio apparente. Recupera un’agenzia uscita un minuto prima: ancora sul pratone, Conte ha liquidato con una battuta l’offerta di pace di Matteo Renzi, pronto a un caffè con lui. Ci sta? «No, il caffè a quest’ora non posso prenderlo, poi non dormo». Niente patto dell’espresso corretto. Anzi, davanti al pubblico, alle domande sul leader Iv, l’ex premier M5S si mostra stizzito: «Mi chiedete sempre di Renzi, non se ne può più. Ma dobbiamo allargarlo questo spazio politico o vogliamo restringerlo?».
Guardare oltre l’ex rottamatore è il mantra di questi giorni per il leader pentastellato. È furioso per la misura “anti-frammentazione” voluta dalla maggioranza nel Melonellum: per correre alle Politiche, chi non è in parlamento è tenuto a raccogliere circa 300mila firme. Cifra monstre che mette i bastoni tra le ruote al Progetto Civico di Alessandro Onorato, che all’ex premier (e a Goffredo Bettini) sta molto a cuore: «Renzi è lì dal 2019, ha una capacità elettorale circoscritta». Sullo sfondo ci sono sempre i gazebo: Conte punta sulla rete di amministratori locali intorno all’assessore in vista della sfida contro Schlein. Un’ora prima un ex ministro del governo giallorosso Roberto Speranza – con il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi – ha ribadito il suo monito contro le consultazioni: «Temo che chi perde possa arrivare con le ruote sgonfie alle politiche». La platea, va detto, concorda con un applauso deciso. Conte invece non arretra, ai dem rinfaccia di disdegnare un pezzo della propria storia: «Nel M5S non c’è la tradizione delle primarie. Noi abbiamo omaggiato una tradizione Pd perché non c’era altra soluzione». Messaggio in bottiglia ai dirigenti dem che cercano di fermare il treno dei gazebo: «Che facciamo? Ci riuniamo in qualche segreta stanza, facciamo qualche caminetto?». Non si torna indietro. Ma sarà leale se perde? «Questa domanda è offensiva». Poi una velata minaccia: «Se mai ci trovassimo in un governo che non fa cose progressiste sarebbe un problema, ma non credo».
Nel pubblico tanti sono suoi, difficile misurare la claque. Di certo si fa sentire quando Conte mette il dito nella piaga più dolorosa del campo progressista: «Voi credete che la Russia sia pronta a invadere l’Europa?». «Nooo», gli fanno eco. Solo alla fine dell’incontro, i giovani democratici rimettono la chiesa al centro del villaggio. Parte un coro: «Elly, Elly, Elly». Oggi tocca alla segreteria Pd, attesa per la chiusura della Festa. Un comizio da rockstar. Per ricordare a chi risponde il suo popolo.