La nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza, il cosiddetto Melonellum, è in discussione al Senato, dove dovrebbe essere votata martedì 15 settembre per poi tornare alla Camera dal 28 settembre. Ecco i nodi ancora ancora da sciogliere.
Il premio di maggioranza: numeri a rischio costituzionalità
Il Melonellum è una legge elettorale proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza. Di base, i partiti ottengono un numero di seggi corrispondente alla percentuale di voti che hanno guadagnato alle urne. Con una variabile decisiva: la coalizione che raggiunge il 42% dei consensi in entrambe le Camere ottiene un bonus di 70 deputati e 35 senatori. Per chi incassa il premio, è comunque previsto un tetto massimo di 220 seggi alla Came…
La nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza, il cosiddetto Melonellum, è in discussione al Senato, dove dovrebbe essere votata martedì 15 settembre per poi tornare alla Camera dal 28 settembre. Ecco i nodi ancora ancora da sciogliere.
Il premio di maggioranza: numeri a rischio costituzionalità
Il Melonellum è una legge elettorale proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza. Di base, i partiti ottengono un numero di seggi corrispondente alla percentuale di voti che hanno guadagnato alle urne. Con una variabile decisiva: la coalizione che raggiunge il 42% dei consensi in entrambe le Camere ottiene un bonus di 70 deputati e 35 senatori. Per chi incassa il premio, è comunque previsto un tetto massimo di 220 seggi alla Camera (il 55% su 400) e di 113 al Senato (il 56,5% di 200). Numeri che, secondo le opposizioni, potrebbero sollevare dubbi di costituzionalità. Se nessuna coalizione tocca il 42%, la suddivisione è proporzionale. Quando depositano i programmi, i partiti hanno l’obbligo di indicare il candidato/la candidata premier da proporre al capo dello Stato.
Le preferenze: capilista bloccate e crocette
Per il centrodestra quello delle preferenze è stato il capitolo più travagliato nella scrittura del Melonellum. Lega e FI non le volevano. La premier, in qualche forma, sì. A luglio alla Camera sono state affossate con voto segreto. Poi la maggioranza ha raggiunto un accordo su un modello “morbido”, che lascia comunque alle segreterie gran parte del potere decisionale. L’elettore si troverà sulla scheda un capolista bloccato e sotto una lista di sei nomi. Tra quei sei, ne può indicare tre con una crocetta. La possibilità di scelta del cittadino è quindi limitata. Tanto più se si considera che salvo i grandi partiti – Pd e FdI – gli altri eleggeranno soprattutto i capilista. Blindati. La modifica è passata al Senato. Le opposizioni hanno proposto un sistema alternativo di preferenze libere senza capilista. Ma è stato bocciato.
Quote rosa: stop alternanza di genere
Nella scelta dei capilista bloccati i partiti non sono obbligati a rispettare l’equilibrio di genere. L’alternanza uomo/donna interviene dal secondo candidato in lista. Ma il primo è un seggio sicuro o probabile, gli altri sono sottoposti all’incerta sfida delle preferenze. Le quote 60/40 verranno invece considerate nel listone del premio che scatta solo per chi vince. Chi è nel listone, deve anche candidarsi come capolista in un collegio. Ma anche questo incide poco. Solo per fare un esempio: poniamo che FI ottenga nel listone del premio 20 candidati per la Camera. Sono obbligati a candidarsi come capilista. Se si rispettano le quote, saranno al massimo 12 uomini e minimo 8 donne. Ma i collegi, per Montecitorio, sono 49. Sui restanti non c’è vincolo. Nulla impedirebbe di mettere nei posti più sicuri 41 uomini e solo 8 donne.
Lo sbarramento: soglia al 3% ma c’è chi si salva
Per entrare in Parlamento una forza politica deve ottenere almeno il 3%. C’è un’eccezione. La regola del “miglior perdente”: in ogni coalizione che supera il 10%, viene ammessa al riparto dei seggi anche la lista più votata tra quelle rimaste sotto il 3%. Un esempio. Poniamo che il centrodestra faccia il bis e vinca con il 42% di voti. Se Noi Moderati arrivasse al 2% e l’Udc all’1,9%, solo il primo verrebbe ripescato. Alla Camera, a luglio, grazie a un emendamento del forzista Paolo Emilio Russo, era stata introdotta una norma “anti-cespugli”. Prevedeva che i voti delle liste sotto il 3% non contribuissero all’assegnazione del premio, fatta eccezione per il “miglior perdente”. Questa norma, alla fine, è stata cancellata. L’indicazione, secondo fonti della maggioranza, sarebbe arrivata dal Colle.
Le firme: la protesta dei movimenti
Saltata qualsiasi soglia anti-frammentazione, per disincentivare l’affollamento le liste-civetta, il centrodestra ha quadruplicato il numero di firme da raccogliere per le formazioni che non siano già presenti in Parlamento: si passa da 1500 a 6mila sottoscrizioni da raccogliere in ognuno dei 49 collegi. Per un totale di circa 300mila firme. È una delle ultime misure approvate dal Senato, a partire da un emendamento di FdI riformulato dal governo. L’ipotesi iniziale prevedeva una cifra addirittura più alta, 9mila per collegio. Le opposizioni sono sul piede di guerra. In particolare il M5S che ha a cuore il futuro di Progetto Civico per l’Italia, la creatura dell’assessore capitolino Alessandro Onorato, oggi non presente in Parlamento ma determinato a entrare a far parte del campo progressista. — s.rif.