A Gaza il fuoco non è mai cessato. E non solo perché le bombe di Israele, nonostante la tregua dichiarata lo scorso ottobre, continuano a cadere sulle brigate di Hamas e sui civili, causando sinora la morte di oltre 1.300 palestinesi. Ci sono almeno cinque milizie sostenute e armate dallo Stato ebraico, che rendono la Striscia un far west, pericoloso per chiunque vi metta piede. Foss’anche una forza militare straniera.
Sparatorie, rapimenti, esecuzioni in pieno giorno, incursioni protette dai droni dell’Idf. È la caccia per procura ai comandanti di Hamas e la ragione non detta per la quale il movimento islamista palestinese, autore del massacro del 7 Ottobre, finge di essere disposto a smilitarizzare. La realtà è che non mollerà fucili e raz…
A Gaza il fuoco non è mai cessato. E non solo perché le bombe di Israele, nonostante la tregua dichiarata lo scorso ottobre, continuano a cadere sulle brigate di Hamas e sui civili, causando sinora la morte di oltre 1.300 palestinesi. Ci sono almeno cinque milizie sostenute e armate dallo Stato ebraico, che rendono la Striscia un far west, pericoloso per chiunque vi metta piede. Foss’anche una forza militare straniera.
Sparatorie, rapimenti, esecuzioni in pieno giorno, incursioni protette dai droni dell’Idf. È la caccia per procura ai comandanti di Hamas e la ragione non detta per la quale il movimento islamista palestinese, autore del massacro del 7 Ottobre, finge di essere disposto a smilitarizzare. La realtà è che non mollerà fucili e razzi. Perché non ne ha intenzione. E perché non può.
Netanyahu ha rivendicato l’attivazione di cellule armate palestinesi, senza però indicare quali o spiegare le regole di ingaggio, consegnando dunque l’intera operazione alla zona grigia, dove può accadere qualsiasi cosa e qualsiasi cosa può restare impunita. Ad aprile il monitoraggio indipendente di Acled (Armed conflict location & event data) contava già 40 episodi violenti e un’ottantina di vittime, tracciando i quali si arriva alla mappatura dei collaboratori dell’Idf.
A Rafah, ci sono le Forze Popolari del fu Yasser Abu Shabab (è stato ucciso nel dicembre 2025) ora guidate da Ghassan al-Dahini, probabilmente la milizia più strutturata; a est di Khan Younis la fazione di Hossam al-Astal chiamata Forze d’assalto antiterrorismo; nella zona orientale di Gaza City, le Forze di difesa popolari Shuja’iyya di Rami Halles. Alcuni dei leader sono ex appartenenti alle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese, che però li disconosce.
Un migliaio circa di combattenti, dicono le stime più fondate. Vivono a cavallo e oltre la Linea Gialla, nella zona sotto il controllo dell’Idf (si è estesa al 60 per cento della Striscia), perché dall’esercito hanno protezione, cibo, copertura, logistica, informazioni di intelligence, cure mediche. E compiti. Come quello di sfrattare le famiglie che vivono lungo la Linea per permettere lo spostamento verso ovest del confine segnato dall’accordo di tregua. È successo a maggio a Deir al-Balah: uomini di Abu Nuseira, capo delle Forze della patria libera, sono stati visti cacciare i gazawi dalle proprie case.
L’ultimo episodio violento risale a qualche giorno fa quando il capo della sicurezza interna di Hamas, Muein al-Arabid, è catturato in un blitz che causa la morte di tre individui e in cui, secondo fonti locali, i collaborazionisti hanno avuto un ruolo cruciale. Il primo ministro israeliano, invece, attribuisce l’arresto unicamente alle forze speciali dell’Idf e allo Shin Bet, i servizi segreti. Ad aprile i miliziani di Abu Nuseira penetrano nella tendopoli dei rifugiati di al-Maghazi, coperti dai droni israeliani: il bilancio, stilato da medici e testimoni, è di dodici uccisi, compresi due ufficiali di medio livello di Hamas. Andando indietro nei mesi, a fine gennaio le Forze popolari mostrano il prigioniero Adham Atallah al-Akr, comandante delle brigate di Hamas a Rafah, ferito, semi-nudo, e schiaffeggiato da al-Dahini, il successore di Abu Shabab. Ancora, 12 gennaio, uomini di al-Astal attaccano l’auto di un tenente colonnello di Khan Younis.
Hamas non sta a guardare, ovviamente. Ha ancora il controllo delle strade, delle amministrazioni e dei mercati, quindi un migliaio di miliziani avversari non rovescia gli equilibri nella Striscia. Se però sono aiutati dall’Idf, e se a essi si aggiungessero le vendette dei potenti clan locali come i Doghmush, i Barbakh, gli Abu Werda, il dominio di Hamas potrebbe essere davvero a rischio. I vertici ne sono consapevoli e infatti hanno ordinato di alzare il livello della repressione contro i collaborazionisti. Ancora tre giorni fa, alla moschea al-Khulafa nel campo di Jabalia, hanno pianificato un’imboscata contro il gruppo di al-Mansi: due ore di fuoco in mezzo alla gente, fino a quando l’esercito israeliano è entrato con elicotteri e droni per esfiltrare, e salvare, i suoi alleati.