Mar Rosso, lettera di Crosetto a Kallas: servono sei navi Ue per lo Stretto, paghi l’Europa
di Tommaso Ciriaco , Lorenzo De CiccoA Bruxelles tentano l’accelerata, a Roma contano le navi. Kaja Kallas ha iniziato a muoversi di mattina presto, un giro di chiamate con le principali cancellerie del continente. L’Alta rappresentante per la politica estera Ue si è decisa, anche dopo i mugugni del governo italiano: sta provando a stringere i tempi per rilanciare la missione Aspides, anche perché nel Mar Rosso la situazione torna a farsi drammaticamente seria, abbastanza da non concedere all’Europa il lusso dei tempi lunghi. Il problema, per Roma, è che sul tavolo europeo ci sarebbe per ora un dispositivo ridotto all’essenziale: due navi, una italiana e una greca. Decisamente troppo poco, è la valutazione dei ministri di Giorgia Meloni.
Ecco perché, confermano più fonti dell’esecutivo, Gu…
A Bruxelles tentano l’accelerata, a Roma contano le navi. Kaja Kallas ha iniziato a muoversi di mattina presto, un giro di chiamate con le principali cancellerie del continente. L’Alta rappresentante per la politica estera Ue si è decisa, anche dopo i mugugni del governo italiano: sta provando a stringere i tempi per rilanciare la missione Aspides, anche perché nel Mar Rosso la situazione torna a farsi drammaticamente seria, abbastanza da non concedere all’Europa il lusso dei tempi lunghi. Il problema, per Roma, è che sul tavolo europeo ci sarebbe per ora un dispositivo ridotto all’essenziale: due navi, una italiana e una greca. Decisamente troppo poco, è la valutazione dei ministri di Giorgia Meloni.
Ecco perché, confermano più fonti dell’esecutivo, Guido Crosetto ha predisposto una lettera indirizzata alla stessa Kallas. La posizione italiana si può sintetizzare così: per rendere davvero efficace la missione servono almeno cinque o sei navi. Il triplo della formula sin qui ipotizzata. E se gli altri Paesi dell’Unione non intendono mettere a disposizione nuove unità? L’Italia è pronta a fare la sua parte e ad aumentare il proprio contributo. Ma non gratis. Insomma, non può essere soltanto Roma a sostenere il peso finanziario dell’operazione: gli altri Stati europei dovrebbero a quel punto accollarsi i relativi costi. Divisi per i Ventisette. Anche la Farnesina è della partita. L’ha fatto capire il vicepremier Antonio Tajani: “Ci auguriamo che più Paesi mandino navi per sostenere l'operazione Aspides", che è "di protezione" e "non offensiva", ha aggiunto.
La bozza della lettera era stata anticipata ieri a Palazzo Chigi. Il tentativo è chiaro: evitare che la discussione sull’ennesimo rafforzamento di Aspides finisca impigliata nelle procedure europee proprio mentre la rotta commerciale più delicata per l’Italia - perfino più di Hormuz - torna sotto pressione e con scenari che rischiano di essere potenzialmente catastrofici per l’economia del Paese.
Già giovedì Crosetto ha fatto capire pubblicamente che Roma non intende aspettare i tempi di Bruxelles per garantire il passaggio delle navi italiane attraverso Bab el-Mandeb. Ecco perché il ministro ha incaricato la Difesa di predisporre quanto necessario per capire come assicurare il transito in sicurezza anche con una missione soltanto nazionale. E per valutare se sono necessarie nuove autorizzazioni del Parlamento, visto che l’operazione è in fase di ridefinizione, potenzialmente sia dal punto di vista dei mezzi schierati che della cornice internazionale.
Il governo, in ogni caso, ha fretta. Dietro la disputa sul numero delle navi c’è una preoccupazione più grande e radicata. La questione Aspides non viene considerata soltanto una partita militare. È, prima di tutto, una questione di traffici, porti e sicurezza economica. Se il Mar Rosso si blocca davvero, il problema non resta certo confinato tra Yemen e Corno d’Africa. Piomba nel cuore del sistema portuale italiano. Perché circa il 60% delle merci trasportate via mare dall’Italia passa per quel tratto di mare per raggiungere i mercati asiatici. E perché Genova e Gioia Tauro, secondo le analisi degli esperti dell’esecutivo, sono tra gli scali che rischiano di pagare il prezzo più alto di una rotta interrotta o fortemente rallentata. Con il rischio che, a lungo andare, possano ritrovarsi strutturalmente rimpiazzati da altri snodi, in Olanda e in Spagna.
Non è difficile inquadrare allora le ragioni del pressing di Difesa e Palazzo Chigi, per scacciare gli scenari più foschi. Merci più lente, moli più costosi, catene logistiche da ridisegnare. E un Mediterraneo che rischia di diventare, per l’Italia, una porta sempre più difficile da attraversare.