Lettera di Crosetto a Kallas: “Sei navi per il Mar Rosso. Roma pronta, paghi la Ue”
di Tommaso Ciriaco , Lorenzo De CiccoUn vero e proprio shock economico. Ecco che cosa Palazzo Chigi teme possa provocare la chiusura di Bab el-Mandeb. Perché da quello Stretto passava nel 2023 il 12% del commercio mondiale. In ordine di volume di transiti: tessile e abbigliamento, pelli e idrocarburi, metalli, mobili, legno, vetro, ceramica. In una parola, l’export italiano. Un autentico disastro.
Ecco perché Guido Crosetto sente Giorgia Meloni e decide di scrivere a Kaja Kallas. Una missiva anticipata alla premier in cui il ministro si rivolge all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue per chiedere un’azione «immediata» e «decisa» dell’Europa per rafforzare l’operazione Aspides, chiamata a scortare i mercantili nell’area. Al momento, sono a disposizione una fregata italiana e una greca, ma per il titolare della Difesa serve il triplo dello sforzo: sei imbarcazioni come scudo ai commerci.
Esiste anche un’alternativa, scrive sempre Crosetto nella lettera: Roma può fornire «assetti aggiuntivi». Significa che l…
Un vero e proprio shock economico. Ecco che cosa Palazzo Chigi teme possa provocare la chiusura di Bab el-Mandeb. Perché da quello Stretto passava nel 2023 il 12% del commercio mondiale. In ordine di volume di transiti: tessile e abbigliamento, pelli e idrocarburi, metalli, mobili, legno, vetro, ceramica. In una parola, l’export italiano. Un autentico disastro.
Ecco perché Guido Crosetto sente Giorgia Meloni e decide di scrivere a Kaja Kallas. Una missiva anticipata alla premier in cui il ministro si rivolge all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue per chiedere un’azione «immediata» e «decisa» dell’Europa per rafforzare l’operazione Aspides, chiamata a scortare i mercantili nell’area. Al momento, sono a disposizione una fregata italiana e una greca, ma per il titolare della Difesa serve il triplo dello sforzo: sei imbarcazioni come scudo ai commerci.
Esiste anche un’alternativa, scrive sempre Crosetto nella lettera: Roma può fornire «assetti aggiuntivi». Significa che l’Italia potrebbe concedere altre quattro navi, da aggiungere a quella già impiegata. A una condizione, però: «Ripartire i costi tra i Ventisette». Sia insomma l’Europa a pagare.
È un modo per fare pressione, ovviamente, perché l’Italia non impiegherà certo così tanta Marina militare nell’area. Secondo fonti di governo, l’effetto della mossa è quasi immediato. Kallas riunisce il suo staff per fare il punto della situazione e pianificare un giro di contatti telefonici con i Paesi potenzialmente in grado di dare sostegno alle operazioni. Non solo: già nella notte tra giovedì e venerdì, la fregata Carlo Bergamini è stata attivata per accompagnare il mercantile italiano Jolly Oro, della compagnia di navigazione Ignazio Messina & C., durante il transito dello Stretto, in direzione nord. Non si tratta però del primo episodio di un’operazione nazionale, ma della ripresa della missione Ue: «L’attività rientra nei compiti affidati alle forze navali dell’operazione Aspides». Ma non basta. L’Alto rappresentante, secondo quanto risulta a Roma, si starebbe muovendo su alcune capitali continentali per ottenere altre navi: Germania, Olanda, poi Francia e Spagna, anche se con minori chance di successo.
Per Crosetto, l’Italia non può concedersi il lusso di accettare tempi lunghi. E non può bastare la “Bergamini”, anche perché l’altra imbarcazione impegnata nella spedizione — quella greca — è presente a fasi alterne. E se gli altri partner dell’Ue non dovessero cedere al pressing e mettere a disposizione nuove unità? L’Italia è pronta a fare la sua parte aumentando il proprio contributo. Ma non gratis. Gli altri Stati europei dovrebbero accollarsi i relativi costi. Divisi per i Ventisette. «Ci auguriamo che più Paesi mandino navi per sostenere l’operazione Aspides», sostiene Antonio Tajani, che è «di protezione» e «non offensiva».
Le opposizioni, intanto, chiedono al ministro della Difesa di riferire sulla missione. E lui, trapela, è pronto a tornare presto in Parlamento. Nel frattempo, a Palazzo Chigi e al Tesoro fanno di conto, perché non si tratta certo solo di una partita militare. Potenzialmente, la chiusura prolungata di Bab el-Mandeb minaccia davvero la crescita già asfittica del Paese. È, prima di tutto, una questione di traffici, porti e sicurezza economica. Se il Mar Rosso si blocca, il problema non resta certo confinato tra Yemen e Corno d’Africa. Piomba nel cuore del sistema portuale italiano. Il 60% delle merci trasportate via mare dall’Italia passa per quel tratto per raggiungere i mercati asiatici. E gli scali marittimi di Genova, Trieste e Gioia Tauro rischiano di pagare il prezzo più alto di una rotta interrotta o fortemente rallentata. Nel medio periodo, lo spettro è la loro sostituzione con altri snodi in Olanda e Spagna.
Non è solo il blocco dello Stretto ad allarmare. Anche la presenza di militari italiani — in particolare dell’Aeronautica — in Arabia Saudita preoccupa l’esecutivo, a causa del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza. L’ultimo evento l’altro ieri notte, con l’attacco alla base King Fahd, che ha centrato un Eurofighter italiano (senza però provocare feriti). Nelle prossime ore lo Stato maggiore consegnerà a Crosetto un report sulla situazione e i rischi. Poi, lunedì, si terrà una riunione tra il governo e l’intelligence. Sul tavolo c’è anche la possibilità di spostare in un’area più sicura del territorio saudita — forse nella regione di Riad — uomini e mezzi impegnati nella missione. E in particolare di mettere al riparo dai raid un mezzo pregiato come il velivolo radar Gulfstream Caew, con un sistema di analisi dei dati gestito dall’intelligenza artificiale: è il più moderno e costoso — circa mezzo miliardo di euro — in servizio nella Nato.