Far finta di niente. Incassare e andare avanti. Il giorno dopo la tempesta che si è abbattuta sul campo largo, scatenata dalla lettera sull’energia inviata a Giorgia Meloni dalle colonne di Repubblica, Elly Schlein indossa il casco blu dell’Onu e si palesa al congresso dell’Unione universitari come se nulla fosse accaduto. Ha una strategia in mente e nessuno le farà cambiare idea, men che meno le proteste degli alleati. Per questo ha confermato la sua presenza, nonostante tutto: il passaggio pomeridiano fra gli studenti patrocinati dalla Cgil è un tassello fondamentale del suo piano, a cui non intende rinunciare.
L’ambiente giusto per lanciare ramoscelli d’ulivo, chiarire soprattutto quale sarà la postura del Pd, quando ci si siederà al tavolo della coalizione, per andare incontro al M5S su uno dei nodi più intricati del programma: la politica estera. Un punto, in particolare: l’invio di ar…
Far finta di niente. Incassare e andare avanti. Il giorno dopo la tempesta che si è abbattuta sul campo largo, scatenata dalla lettera sull’energia inviata a Giorgia Meloni dalle colonne di Repubblica, Elly Schlein indossa il casco blu dell’Onu e si palesa al congresso dell’Unione universitari come se nulla fosse accaduto. Ha una strategia in mente e nessuno le farà cambiare idea, men che meno le proteste degli alleati. Per questo ha confermato la sua presenza, nonostante tutto: il passaggio pomeridiano fra gli studenti patrocinati dalla Cgil è un tassello fondamentale del suo piano, a cui non intende rinunciare.
L’ambiente giusto per lanciare ramoscelli d’ulivo, chiarire soprattutto quale sarà la postura del Pd, quando ci si siederà al tavolo della coalizione, per andare incontro al M5S su uno dei nodi più intricati del programma: la politica estera. Un punto, in particolare: l’invio di armi all’Ucraina, su cui Giuseppe Conte ha scritto la parola “mai”. Uno scoglio per chiunque, ma non per lei, la «testardamente unitaria» segretaria democratica. Che non a caso, appena sbarcata a Porta Maggiore, si premura di spargere rassicurazioni: «Discuteremo con le forze alleate, sono certa che troveremo l’accordo su tutto, confrontandoci nella responsabilità condivisa di mandare a casa queste destre che hanno fallito dal punto di vista economico e sociale».
A conferma di una linea che, in tre anni e mezzo alla guida del principale partito d’opposizione, non è mai cambiata. Ciò che semmai ha subito uno slittamento, destinato a intensificarsi nelle prossime settimane, è l’angolatura con cui affrontare il tema scabroso del sostegno a Kiev. Più virata sulle priorità: difendere i civili inermi dai bombardamenti indiscriminati di Putin, senza specificare con quali mezzi, e accelerare il negoziato a livello europeo per giungere in tempi brevi al cessate il fuoco. L’approccio migliore per smontare l’accusa di bellicismo sovente scagliata dall’ex premier giallorosso per far risaltare il suo profilo irenico. Ma anche per far digerire ai riformisti dem un’impostazione meno intransigente rispetto al passato.
E infatti: «Noi ripudiamo la guerra e dobbiamo continuare a insistere per essere costruttori di pace per i palestinesi, per gli ucraini, per gli iraniani», dichiara Schlein prima di entrare. Concetto ribadito, in modo ancora più spinto, davanti agli universitari: «La sinistra del nuovo millennio», spiega, «deve difendere il diritto internazionale e le sedi multilaterali dove prevale il dialogo anziché l’uso della forza, delle armi, dell’esercito». Più esplicito di così.
Eccola la mediazione per aggirare il faraglione Nova. Anche se non è l’unico ostacolo per dar forma e contenuti alla coalizione progressista. Ne restano pure altri: più di metodo che di merito, ma altrettanto spinosi. A cominciare dalle regole per scegliere il candidato premier qualora la legge elettorale imposta da FdI dovesse passare in via definitiva alla Camera. Un dettaglio non banale: con l’attuale sistema, infatti, non c’è necessità di decidere prima, si potrà aspettare l’esito del voto. Ragion per cui il primo incontro fra alleati sul programma — inizialmente previsto subito dopo la consultazione interna ai 5S — è stato rinviato di nuovo: alla settimana successiva l’eventuale varo della riforma, in calendario il 6 ottobre. Da lì in avanti, si ballerà la rumba. Perché Schlein e Conte appaiono divisi su svariati capitoli del dossier.
Lei ha già precisato che le opzioni per individuare chi correrà per Palazzo Chigi sono solo due: o ci si accorda sul leader del partito che ha più voti o si fanno le primarie. Lui, invece, ha bollato come «egemonica» la prima ipotesi e sponsorizza «il «modello regionali», ossia raggiungere un’intesa su un nome terzo, pur dichiarandosi disponibile a misurarsi gazebo. In quale data, però, è ulteriore elemento di dibattito: la segretaria Pd vorrebbe arrivare a ridosso delle elezioni, non prima di febbraio; il capo 5S chiudere la partita entro quest’anno. Idem sulle modalità di svolgimento: una preferirebbe il ballottaggio per convogliare su di sé gli sfidanti rimasti esclusi dal secondo turno; l’altro spinge per il one shot. E distanti restano pure sul perimetro della coalizione: Conte gradirebbe tenere fuori Matteo Renzi per affidare la cloche centrista ad Alessandro Onorato; Schlein anche ieri ha ribadito: «Mettendo insieme le forze politiche, civiche e sociali batteremo le destre e daremo risposte ai problemi reali degli italiani. Sarebbe folle costruire recinti sulla base dei nomi e delle sigle».