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Il nipote del Duce, l’uomo Afd, gli anti-Europa e i filorussi. Le truppe shock di Vannacci

Gianni Alemanno e Roberto Vannacci

 (lapresse)

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In centinaia da tutt’Italia in fila per ascoltare il leader: prevalentemente maschi, avanti con l’età e un passato nell’estrema destra
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ORVIETO – «Pulizia!», questo si aspetta il militante vannacciano giunto dalla Calabria. «Una grande pulizia!», aggiunge. Ed è questo che s’immagina farà l’Afd, il partito fratello, in Germania: «Ma quali neonazisti! Ripristineranno ordine, disciplina, educazione». Vannacciani visti da vicino. L’Italia che sogna il Generale a palazzo Chigi. In larga parte maschi, avanti con l’età. Alle otto del mattino i primi sono già in fila davanti al Palazzo del Capitano del Popolo ad Orvieto per non perdersi i posti migliori (la sala ne contiene soltanto cinquecento, centinaia rimarranno fuori) per la giornata finale del Forum dell’Indipendenza italiana di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. «Perché dobbiamo rovinarci per l’Ucraina?» si domanda Pietro Marconi, 76 anni, arrivato da Bergamo. Per l’Europa. «Ma l’Europa è una parola vuota». E perché invece dovremmo acconciarci con Putin? «Perché abbiamo con Mosca delle affinità maggiori che con l’Europa e l’America». Stupore. «Simpatia m…

ORVIETO – «Pulizia!», questo si aspetta il militante vannacciano giunto dalla Calabria. «Una grande pulizia!», aggiunge. Ed è questo che s’immagina farà l’Afd, il partito fratello, in Germania: «Ma quali neonazisti! Ripristineranno ordine, disciplina, educazione». Vannacciani visti da vicino. L’Italia che sogna il Generale a palazzo Chigi. In larga parte maschi, avanti con l’età. Alle otto del mattino i primi sono già in fila davanti al Palazzo del Capitano del Popolo ad Orvieto per non perdersi i posti migliori (la sala ne contiene soltanto cinquecento, centinaia rimarranno fuori) per la giornata finale del Forum dell’Indipendenza italiana di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. «Perché dobbiamo rovinarci per l’Ucraina?» si domanda Pietro Marconi, 76 anni, arrivato da Bergamo. Per l’Europa. «Ma l’Europa è una parola vuota». E perché invece dovremmo acconciarci con Putin? «Perché abbiamo con Mosca delle affinità maggiori che con l’Europa e l’America». Stupore. «Simpatia momentanea», precisa. Marconi è sempre stato a destra. «Provengo da Fratelli d’Italia. Li ho lasciati: erano troppo timidi». Una signora aggiunge che con la Russia bisogna fare sì accordi, ma «solo per un fatto commerciale, non certo ideologico». Frasi uguali a quella che pronuncerà più tardi Edoardo Ziello, uno della sporca dozzina: «È giusto farlo per alleggerire le spese degli italiani». Ma non è anche questa un’ideologia?

In sala, tra i primi a prendere posto, c’è anche Cristiano De Eccher, da ragazzo dirigente di Avanguardia nazionale nel Nord est, un altro che poi è transitato in Fratelli d’Italia: da senatore, nel 2011, presentò un disegno di legge costituzionale per abolire il divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Pure lui deluso dal melonismo. E quando Marc Jongen, l’eurodeputato dell’Afd nato a Merano - la guest star di ieri - cita Julius Evola «in rivolta contro il mondo moderno», De Eccher si alza in piedi con aria sognante, applaude freneticamente, trascinando in un baleno l’intera sala. Massimo Arlecchino, ex Msi, fondatore di An, alemanniano storico, chiede l’applauso anche per Caio Cesare Mussolini, il cui bisnonno era il Duce. Pure qui: tutti in piedi. Eppure la signora all’ingresso si era lamentata con i giornalisti che insistono con il fascismo e con il nazismo.

Comunque le cose si capiscono sempre andando nei posti. A un certo punto Lorenzo Gasperini, 34 anni, ritenuto l’ideologo del vannaccismo, un ex leghista toscano molto sicuro di sé («non vogliamo morire come Gianfranco Finiii» urla), mostra una fialetta con le lacrime della Fornero, attacca Mario Monti, accusandolo di essersi fatto nominare senatore a vita prima di essere nominato premier, «lo paghiamo con i nostri soldi e ci fa la morale!», ripete più volte lo slogan: «No al totalitarismo liberale». Per Gasperini la sinistra «vive nell’antifascismo isterico, loro piazzale Loreto ce l’hanno in testa». Sono frasi che mandano in delirio la platea.

Ma chi sono questi vannacciani? Che mondo è? C’è molta militanza nera, più che la pancia del Paese con cui si vincono le elezioni. Il nemico numero uno è la Ue, «bisogna togliergli potere» dice Jongen. L’amico è Putin. Naturalmente vige intenso il culto del capo, a volte i complimenti a Vannacci sono così smaccati, («a Pontida avrebbe purificato il prato») che persino il vanitosissimo generale sembra arrossire. I deputati si muovono insieme, come una falange, Sasso, Furgiuele, Ravetto, Ziello, lo seguono come un’ombra, fieri di questo momento magico, e a guardarli viene in mente quella annotazione che Leo Longanesi scrisse sul suo diario nel 1938: «Gli storici futuri leggeranno giornali, libri, consulteranno documenti d’ogni sorta, ma nessuno saprà capire quel che ci è accaduto. Come tramandare ai posteri la faccia di F. quando è in divisa da gerarca e scende dall’automobile?». Laura Ravetto, che ha cambiato molti partiti, ricorda che «Meloni è una candidata valida per il Quirinale, che sarebbe possibile solo se si facesse un accordo».

E poi ci sarebbe anche Gianni Alemanno. «Io sono venuto per lui», dice Giuseppe Scianò, avvocato di Vibo Valentia, nonché direttore di Radio Onda verde. Gli alemanniani non sono pochi, e come ricorda Chicco Costini questa è la prima vera uscita pubblica dell’ex sindaco dopo il carcere. Solo che danno l’impressione di essere i parenti poveri. I suoi ripetono continuamente che saranno fedeli. La sproporzione tra i due personaggi è enorme. Quando è arrivato in piazza, con studiato ritardo, alto, dinoccolato, camicia verde, pantalone chiaro, scarpe comode, Vannacci è stato subito circondato da un numero impressionante di telecamere. Delle battaglie carcerarie di Alemanno sembra importargli ben poco. Potrà mai durare un matrimonio così?

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