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Spostamenti di pochi km, dubbi sul divieto di velo a scuola: ecco la linea rossa del Colle

Trattativa serrata tra Palazzo Chigi e gli uffici legislativi del Quirinale. L’incertezza tra decreto legge e legislativo
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A sera, lo stato maggiore meloniano veicola una sola certezza: un testo sulla scuola approderà oggi in consiglio dei ministri. Il resto è avvolto da nebbia fitta. Appeso a una trattativa serrata tra gli uffici di Palazzo Chigi e del Quirinale. Il Colle chiede di garantire una scuola vicino casa a tutti gli studenti e frena sul divieto di burqa e niqab in classe. Non si sa neanche se il provvedimento sarà alla fine davvero un decreto, perché quando su Roma cala il buio riprende quota l’ipotesi di un disegno di legge. Né si può escludere un surplus di riflessione di qualche giorno. È il segno di una confusione, mista a tensione. Ma, soprattutto, è il frutto avvelenato degli attacchi della destra a Sergio Mattarella. Attacchi per ora obliqui, poco oltre il filo del fuorigioco, ma non casuali. E che potrebbero anzi rinvigorirsi da qui alle elezioni politiche, perché Meloni ha intenzione di costruire su questo un pezzo di campagna elettorale: in ballo, nel voto del ‘27, non c’è solo il pro…

A sera, lo stato maggiore meloniano veicola una sola certezza: un testo sulla scuola approderà oggi in consiglio dei ministri. Il resto è avvolto da nebbia fitta. Appeso a una trattativa serrata tra gli uffici di Palazzo Chigi e del Quirinale. Il Colle chiede di garantire una scuola vicino casa a tutti gli studenti e frena sul divieto di burqa e niqab in classe. Non si sa neanche se il provvedimento sarà alla fine davvero un decreto, perché quando su Roma cala il buio riprende quota l’ipotesi di un disegno di legge. Né si può escludere un surplus di riflessione di qualche giorno. È il segno di una confusione, mista a tensione. Ma, soprattutto, è il frutto avvelenato degli attacchi della destra a Sergio Mattarella. Attacchi per ora obliqui, poco oltre il filo del fuorigioco, ma non casuali. E che potrebbero anzi rinvigorirsi da qui alle elezioni politiche, perché Meloni ha intenzione di costruire su questo un pezzo di campagna elettorale: in ballo, nel voto del ‘27, non c’è solo il prossimo governo, il refrain, ma anche il prossimo capo dello Stato. Un modo per frenare l’arrembaggio nei sondaggi di Roberto Vannacci.

Confusione, o forse più semplicemente smobilitazione. È quello che teme Giorgia Meloni, da qualche settimana: il “liberi tutti”. È la ragione per cui ha preferito disertare l’assemblea delle Nazioni Unite e concentrarsi sull’Italia: interviste televisive, la settimana della moda milanese, i comizi. Eppure, non sembra bastare: ieri a Palazzo Madama la maggioranza ha lottato dannatamente per riuscire a garantire il numero legale. Quaranta assenti su centodieci senatori di maggioranza. A un certo punto, sono stati richiamati addirittura i tre membri di destra del Copasir, Ester Mieli, Claudio Borghi e Licia Ronzulli. Con un effetto pesante: l’audizione di Alfredo Mantovano è stata annullata e rimandata di una settimana.

Mantovano, appunto: è lui a gestire la mediazione con il Colle. Dal governo fanno sapere che i tecnici della presidenza della Repubblica avrebbero chiesto un limite molto stringente agli spostamenti imposti allo studente costretto a cambiare scuola: si ragiona della distanza massima di un paio chilometri. Il principio è chiaro: le esigenze scolastiche vanno contemperate con i diritti costituzionali delle persone. Dunque va garantito il diritto a una scuola vicino casa. Insomma, è necessario rispettare il criterio della «prossimità». La stessa sensibilità deve guidare anche l’altro nodo del provvedimento, il divieto di burqa in classe, che rischia di confliggere con il rispetto dell’identità religiosa. Dal Colle trapelano dubbi, soprattutto per le sanzioni ai genitori delle studentesse che lo indossano e che potrebbero indossarlo in prima persona durante i colloqui. Misure troppo rigide non aiutano il dialogo.

Con un ordine di scuderia, però, chiaro di Palazzo Chigi al resto dell’esecutivo: tocca approvare il testo e in fretta. Meloni l’ha promesso domenica scorsa, davanti ai giovani del partito, e non vuole perdere la faccia. Anche perché la Lega scalpita per intestarsi l’operazione, inclusa quella anti burqa in classe, mentre i meloniani ricordano sottovoce che testi simili erano stati presentati già nel 2007 dal duo Daniela Santanchè-Ignazio La Russa.

Il clima è ovviamente logorato dagli affondi contro il Presidente. Ogni indicazione diventa oggetto di polemica, scontro, recriminazione. Per dire: sul decreto P.A. i medesimi uffici quirinalizi hanno suggerito di evitare emendamenti del tutto sconnessi dal provvedimento. I parlamentari meloniani hanno provato a insistere, senza successo: Palazzo Chigi ha spiegato che non è momento di forzare, viste le tensioni degli ultimi giorni.

Resta il fatto che la Presidenza della Repubblica prova a evitare frontali pubblici. In linea di principio, fanno sapere, non si oppone neanche allo strumento del decreto: la riforma interessa i nuovi iscritti nell’anno in corso, deve mobilitare in fretta risorse per i nuovi corsi e richiede comunque di agire in anticipo. Questo a patto che il testo stia in piedi dal punto di vista tecnico e costituzionale. E anche se la tensione rimbalza tra palazzo Chigi e le Camere, il Quirinale continua a non alimentare ulteriori scontri: non ci sentiamo sotto assedio, è il senso delle riflessioni, assistiamo a indizi di una prematura campagna elettorale, il faro del Presidente è il discorso pronunciato ad Amatrice. Chiarissimo, almeno per chi vuole capire.

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