C’erano le notti magiche del Mondiale, gli stranieri venivano chiamati vu cumprà, si pagava in lira, governava la Dc onnipotente. In quell’estate del 1990 Sergio Mattarella faceva il ministro. Alla pubblica istruzione. Aveva appena compiuto 49 anni. I democristiani parlavano una lingua cauta, la circolare ministeriale che firmò, il 26 luglio, e che ora Giorgia Meloni sventola come una clava, contiene un’espressione che è figlia di quella cultura di governo improntata alla prudenza: ove possibile. Suggeriva di non mettere più di cinque studenti per classe, ma vi aggiungeva, per realismo, l’ove possibile.
Passò inosservata. L’immigrazione del resto non era un tema da contesa sovranista, anche perché la politica non esprimeva né un Salvini o un Vannacci, e gli studenti con cittadinanza italiana erano appena 18.794. I residenti stranieri erano circa 356mila, soprattutto cinesi, jugoslavi, polacchi. I minori under 18 erano poco più di 50 mila, ovvero lo 0,5 per cento dei minori residenti …
C’erano le notti magiche del Mondiale, gli stranieri venivano chiamati vu cumprà, si pagava in lira, governava la Dc onnipotente. In quell’estate del 1990 Sergio Mattarella faceva il ministro. Alla pubblica istruzione. Aveva appena compiuto 49 anni. I democristiani parlavano una lingua cauta, la circolare ministeriale che firmò, il 26 luglio, e che ora Giorgia Meloni sventola come una clava, contiene un’espressione che è figlia di quella cultura di governo improntata alla prudenza: ove possibile. Suggeriva di non mettere più di cinque studenti per classe, ma vi aggiungeva, per realismo, l’ove possibile.
Passò inosservata. L’immigrazione del resto non era un tema da contesa sovranista, anche perché la politica non esprimeva né un Salvini o un Vannacci, e gli studenti con cittadinanza italiana erano appena 18.794. I residenti stranieri erano circa 356mila, soprattutto cinesi, jugoslavi, polacchi. I minori under 18 erano poco più di 50 mila, ovvero lo 0,5 per cento dei minori residenti italiani. Oggi gli stranieri in Italia sono più di 5 milioni, gli studenti oltre 900mila. Il nove per cento. Ma ci sono città del Nord dove questa percentuale supera il 13-14 per cento.
«Vedete, Mattarella faceva come noi!», ha detto trionfante Meloni l’altra sera da Bruno Vespa. Ma lo storico Stefano Musso, già ordinario di storia contemporanea a Torino, vi dà un’altra lettura, opposta: «È probabile che quella disposizione nascesse per evitare che gli stranieri finissero tutti insieme in una classe, perché questa era la richiesta di molti genitori italiani, specie nelle piccole città di provincia». Era, quella del ministro, una mossa d’integrazione, insomma. E del resto basta leggere le otto pagine della circolare 205 per accorgersi che vi aleggia lo spirito di Amatrice, dal discorso pronunciato davanti agli studenti lunedì scorso. Accogliere, non respingere. Integrare, non allontanare. Solo così si disinnescano i conflitti, si attenuano le tensioni.
Questa storia delle classi ghetto non nasce mica oggi, però. C’è sempre stato un ghetto in Italia. Negli anni del boom economico, quando dalle campagne del Sud si emigrava in massa nel triangolo industriale, i figli dei cafoni li mettevano tutti insieme. Musso ne ha un ricordo preciso: «In prima media, nel 1963, a Casale di Monferrato, io figlio di un operaio dell’Eternit, finii in una classe insieme a tantissimi ragazzi appena emigrati dal Meridione. Poi, siccome ero bravino, l’anno dopo mi tolsero spontaneamente da lì, spostandomi in una sezione di figli della borghesia, senza che i miei avessero chiesto niente».
Il comizio di Meloni domenica parlava alla pancia vannacciana. Che senso sociale dargli? «Non ci si mette mai dalla parte dei giovani», offre una lettura Alessandro Rosina, ordinario di demografia alla Cattolica di Milano. Il messaggio che passa è: siete più un problema che una risorsa. Questo frena il senso di appartenenza degli studenti di seconda generazione. E quindi il mancato investimento nei loro confronti è doppio». Si dimentica che gli immigrati sono arrivati anche perché gli italiani a un certo punto hanno smesso di fare figli. Un’emergenza che viene da lontano. Nel 1984 ci fu il crollo da due figli per donna a 1,5. «E non è più risalito», spiega il professor Rosina. «Nel 1991 invece per la prima volta gli anziani, gli over 65, erano in numero superiore degli under 15. Non era mai successo». Anche questo dato non è stato più sovvertito.