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Da Nord a Sud, ecco le scuole salvate dagli alunni stranieri

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Il governo si appresta a varare un decreto per imporre un tetto massimo del 30%. Ma in tutta Italia sono gli studenti con background migratorio ad aver garantito che gli istituti di paesi e piccole realtà rimanessero aperti
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“Alle mie bambine non importa che si chiamino Miriam, Khadija o Ahmed, per loro sono tutti compagni di classe. Guardano il tg e non capiscono”. Sindaco di Castelpoto, Comune di un migliaio di anime in provincia di Benevento, Vito Fusco è uno dei tanti primi cittadini che ha aperto le porte di case e aule per portare vita in un paese che anno dopo anno diventava più vuoto. Sull’introduzione di un tetto per gli studenti stranieri nelle scuole, taglia corto: “Qui è una condanna. Non ci sarebbero i numeri per tenere aperta una scuola e chiuderla, vuol dire far morire un paese”.

Un destino che secondo lo Svimez è già scritto per più di tremila Comuni. “Stiamo parlando del 10 per cento degli alunni della primaria su base nazionale …

“Alle mie bambine non importa che si chiamino Miriam, Khadija o Ahmed, per loro sono tutti compagni di classe. Guardano il tg e non capiscono”. Sindaco di Castelpoto, Comune di un migliaio di anime in provincia di Benevento, Vito Fusco è uno dei tanti primi cittadini che ha aperto le porte di case e aule per portare vita in un paese che anno dopo anno diventava più vuoto. Sull’introduzione di un tetto per gli studenti stranieri nelle scuole, taglia corto: “Qui è una condanna. Non ci sarebbero i numeri per tenere aperta una scuola e chiuderla, vuol dire far morire un paese”.

Un destino che secondo lo Svimez è già scritto per più di tremila Comuni. “Stiamo parlando del 10 per cento degli alunni della primaria su base nazionale – spiega il consigliere scientifico dell’Istituto, Gaetano Vecchione, docente all’Università Federico II di Napoli - Ma se guardiamo alle proiezioni Istat è inevitabile”.

Entro il 2035, la scuola primaria rischia di perdere mezzo milione di alunni, la popolazione in età scolare passerà da 4,9 milioni a 3 milioni. “Parlare di tetti per gli alunni stranieri – spiega il professore – è quanto meno fuori fuoco”. Anche perché – dice l’ultimo rapporto Idos – l’Italia è cambiata e cambierà: gli alunni figli di italiani in undici anni sono calati del 12,5%, quelli di genitori stranieri sono aumentati del 16%. Dati in parte bugiardi: molti ragazzi sulla carta stranieri sono spesso nati, di certo cresciuti in Italia, ma i documenti raccontano ancora il background migratorio dei genitori.

“Qui nel giro di pochi mesi non solo parlano tutti italiano, ma anche dialetto”, dice Pino Alfarano, sindaco di Camini, borgo di un migliaio di anime nella Locride, in provincia di Reggio Calabria. Arrabbiato, sconcertato. “Neanche io lo so”. Al telefono, quasi lo si sente allargare la braccia, mentre sbuffa. “Qui avremmo gli alunni anche per fare le classi delle medie, ma non abbiamo le strutture, né i soldi per riqualificare quella che esisteva e ha chiuso 50 anni fa. Perché non si occupano di questo?”.

Anche lui è stato un emigrante. È tornato a Camini dopo vent’anni in Toscana. “Ho trovato un paese distrutta. La scuola non c’era più, solo una pluriclasse di 7-8 persone, anche le mie figlie hanno studiato così”. Riace, trasformata dalla scommessa di Mimmo Lucano, ha fatto da apripista e anche a Camini, distante pochi chilometri, si è scelto di dare le case svuotate da emigrazione e spopolamento a chi non ne aveva più una. “Lo abbiamo fatto anche per riempire quei banchi vuoti, senza badare alla provenienza”.

Da allora sono passati dieci anni, le pluriclassi delle elementari sono diventate due, ce ne sono due alla materna, in precedenza sparita. Nel Sud che si spopola, gli esempi si contano per decine. Lo stesso o quasi è successo a Cittareale, nei pressi di Rieti, dove uno Spraar ha riportato vita in paese e bambini fra i banchi. Insieme ai figli di rifugiati e richiedenti asilo, racconta Benedetta Tobagi nel suo libro, sono tornati pure i piccoli alunni con cittadinanza italiana. A Belmonte del Sannio, vicino Isernia, con soli sette alunni, la pluriclasse delle elementari ha rischiato di chiudere, ma grazie all’arrivo di una famiglia del Marocco, adesso gli studenti sono dodici. In provincia di Potenza, oggi sono gli istituti secondari del comprensorio, in calo verticale di iscritti, a “contendersi” gli ospiti del progetto che l’Arci gestisce a Rivello, dove sono stati accolti 12 minori stranieri non accompagnati e otto neomaggiorenni.

Persino nella Capitale, sono stati i bambini con background migratorio a salvare alcuni istituti. La media Pietro Mancini di Tor Pignattara, aveva già perso la mensa e si avviava verso la chiusura quando a riempirla sono arrivati i bimbi bengalesi. Oggi c’è addirittura una nuova sezione. A Settime, piccolo Comune dell’Astigiano per anni conosciuto come la Riace del Nord, da quando lo Sprar ha chiuso, i bambini sono progressivamente diminuiti. E anche la scuola, a giugno 2025 si è spenta: con soli sette bambini, era impossibile mantenerla in vita.

“Dobbiamo essere molto chiari, le nostre scuole senza stranieri rischiano di chiudere”, dice secco il preside del Cpia (Centro di istruzione per adulti) di Asti, Davide Bosso. E lo stesso vale per molti istituti dei distretti produttivi e manufatturieri – Prato, Carpi, Romano di Lombardia, solo per fare alcuni esempi – dove il tetto del 30% eliminerebbe sezioni, indirizzi, persino intere scuole. “Tutti hanno il diritto di studiare, a me questo decreto sembra molto ingiusto”.

Amir è fresco di diploma, progetta di iscriversi il prossimo anno all’università. “Adesso lavoro – racconta in italiano perfetto - metto da parte un po’ di soldi così posso studiare tranquillo”. Arrivato dalla Tunisia appena adolescente, ha trovato nuova casa nei progetti di Acquaformosa, paesino di 930 anime del cosentino, nel cuore della Calabria arbëreshë. Terra di accolti – gli albanesi in fuga dall’avanzata dell’Impero ottomano a fine 1400 – che adesso accoglie. Anche a scuola: in paese gli studenti sono 43, dei quali 16 con cittadinanza non italiana. Non lontano, a San Basile, alla primaria ci sono 12 bambini, “dieci sono accolti. A me – dice la consigliera comunale e responsabile del progetto Sai del paese Caterina Pugliese- non piace parlare di stranieri, qui sono tutti bambini e tutti hanno contribuito a garantire continuità scolastica e diritto allo studio. Imporre tetti, significherebbe cancellare la scuola e negare a tutti la possibilità di studiare. Servono risorse, non muri”.

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