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Decreto scuola, il giurista: “Contrasta con la Costituzione. Tutti devono accedere all’istruzione”

Giuseppe Arconzo 

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Per Giuseppe Arconzo, ordinario alla Statale di Milano, il provvedimento del governo non ha risorse ed è contraddittorio
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“L’articolo 34 della Costituzione parla di una scuola ‘aperta a tutti’, in cui ciascuno deve essere messo in grado di raggiungere i massimi livelli di istruzione. Ecco, io credo che questo decreto, perlomeno stando alla bozza annunciata due giorni fa, sia in contrasto con quell’articolo”. Giuseppe Arconzo è un costituzionalista, ordinario alla Statale di Milano. È cauto: “Sono circolate diverse bozze del decreto e, pertanto, dobbiamo attendere la pubblicazione in Gazzetta ufficiale per averne la versione definitiva. Però…”

Però?

“Sicuramente la scuola ‘aperta a tutti’ di cui si parla nella Costituzione, non è quella in cui un bambino rischia di essere allontanato dal suo contesto di vita ed essere trasferito in un altro istituto, qualora venga superato il limite del 30 per cento di stranieri in classe. Anche perché quando parliamo di scuola, parliamo di una realtà inserita nel quartiere in cui si trova, che consente agli studenti di crescere in classe e non solo. Tutti obiettivi che d…

“L’articolo 34 della Costituzione parla di una scuola ‘aperta a tutti’, in cui ciascuno deve essere messo in grado di raggiungere i massimi livelli di istruzione. Ecco, io credo che questo decreto, perlomeno stando alla bozza annunciata due giorni fa, sia in contrasto con quell’articolo”. Giuseppe Arconzo è un costituzionalista, ordinario alla Statale di Milano. È cauto: “Sono circolate diverse bozze del decreto e, pertanto, dobbiamo attendere la pubblicazione in Gazzetta ufficiale per averne la versione definitiva. Però…”

Però?

“Sicuramente la scuola ‘aperta a tutti’ di cui si parla nella Costituzione, non è quella in cui un bambino rischia di essere allontanato dal suo contesto di vita ed essere trasferito in un altro istituto, qualora venga superato il limite del 30 per cento di stranieri in classe. Anche perché quando parliamo di scuola, parliamo di una realtà inserita nel quartiere in cui si trova, che consente agli studenti di crescere in classe e non solo. Tutti obiettivi che diventano difficili da raggiungere se un bambino viene trasferito di punto in bianco in un’altra zona”.

Dalla bozza sarebbe stata eliminata la possibile segnalazione dei genitori che non parlano italiano al Tribunale dei minorenni, sostituita con multe fino a 1000 euro per i genitori che non seguono corsi di lingua.

“Mi sembra molta propaganda, poco aderente alla realtà. Che è complessa, fatta di situazioni difficili da inquadrare”.

In che senso?

“Si pensi ai tanti genitori stranieri che, qui in Italia, svolgono lavori di cura: è difficile che i loro orari possano conciliarsi con quelli di questi corsi d’italiano. Senza contare un’altra criticità, molto pratica, che mi sembra emerga dal decreto”.

Ovvero?

“Le risorse. Questi corsi sarebbero inseriti nell'ambito di ‘progetti personalizzati di sostegno alla genitorialità’ e di ‘percorsi formativi di sostegno alla corresponsabilità educativa’, che dovrebbero essere delegati ai Comuni e ai servizi sociali, ma non prevedendo finanziamenti: il che, va da sé, è di difficile realizzazione. Senza contare l’enorme contraddizione ideologica alla base”.

Quale?

“Questi progetti ‘educativi’ destinati ai genitori, vengono previsti da appartenenti agli stessi partiti politici che, da mesi, si battono per garantire ai genitori della ‘famiglia del bosco’ la possibilità di educare e crescere i propri figli come vogliono: mi sembra una evidente discrasia”.

E sul divieto di burqa e niqab a scuola?

“Posto che stiamo parlando di casi veramente isolati, in Italia esistono già delle norme che vietano di presentarsi in luoghi ed edifici pubblici, come anche le scuole, con il volto coperto, ovvero ‘travisato’: anche qui, siamo di fronte a una norma propagandistica”.

Ancora non sono neanche certi i numeri: sulle 34 mila classi nelle quali il tetto del 30 per cento di alunni stranieri è superato, in realtà però il tema della mancata conoscenza dell’italiano da parte degli studenti riguarderebbe un migliaio di sezioni in tutta Italia.

“E questa è un altro aspetto problematico: a differenza dei corsi d’italiano per i genitori, che devono essere erogati dai Comuni senza che siano previste risorse, per aiutare gli studenti a imparare l’italiano nel decreto sarebbero previsti dei corsi di potenziamento. Questi, sì, finanziati. Ma se non sono ancora certi i numeri di quanti studenti e quante classi accederanno a questo potenziamento, come si può dire se i fondi saranno sufficienti o no? Mi sembra un’altra contraddizione”.

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