ROMA – La legislatura si deciderà tra due settimane, tanto è il tempo che ci separa dal voto finale sulla nuova legge elettorale. Giorgia Meloni l’ha fatto sapere a tutti, l’ha detto in Consiglio dei ministri: stavolta non si scherza, dovesse andare sotto nel voto segreto, un minuto dopo annuncerebbe l’intenzione di salire al Quirinale a dimettersi. Eppure, si sa, le minacce hanno le gambe corte in Parlamento, soprattutto perché si è radicata tra i peones la convinzione che la premier, alle urne, ci voglia comunque andare il prima possibile. E allora perché rischiare una lotteria con le preferenze? Il deputato di maggioranza, uno di quelli che viene guardato a vista perché già sospettato di aver contribuito all’imboscata di metà luglio, mette in fila i ragionamenti che si fanno a tavola nei ristoranti intorno a Montecitorio: «Meloni il voto anticipato lo vuole comunque. Perché, se aspetta ancora, la benzina arriva a 4 euro al litro e Vannacci sale oltre il 10%. L’ultima remora che ave…
ROMA – La legislatura si deciderà tra due settimane, tanto è il tempo che ci separa dal voto finale sulla nuova legge elettorale. Giorgia Meloni l’ha fatto sapere a tutti, l’ha detto in Consiglio dei ministri: stavolta non si scherza, dovesse andare sotto nel voto segreto, un minuto dopo annuncerebbe l’intenzione di salire al Quirinale a dimettersi. Eppure, si sa, le minacce hanno le gambe corte in Parlamento, soprattutto perché si è radicata tra i peones la convinzione che la premier, alle urne, ci voglia comunque andare il prima possibile. E allora perché rischiare una lotteria con le preferenze? Il deputato di maggioranza, uno di quelli che viene guardato a vista perché già sospettato di aver contribuito all’imboscata di metà luglio, mette in fila i ragionamenti che si fanno a tavola nei ristoranti intorno a Montecitorio: «Meloni il voto anticipato lo vuole comunque. Perché, se aspetta ancora, la benzina arriva a 4 euro al litro e Vannacci sale oltre il 10%. L’ultima remora che aveva era la procedura di infrazione, ma dato che non ne siamo usciti, tanto vale votare il prima possibile. Ai primi di febbraio». Ecco, se questi sono i retropensieri, bisogna tornare a far di conto. Provare a seguire le tracce di chi, come il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, è impegnato in questi giorni a prevenire e schivare le trappole, convincendo i dubbiosi ma soprattutto provando a contrattaccare. La prima tattica è la difesa. Tutti i deputati di FdI saranno obbligati a votare con un solo dito, senza infilare tutta la mano nella “buchetta” dove ci sono i tre pulsanti del Si, No, Astensione, in modo da evitare il più classico dei trucchi del franco tiratore. E poi, come già accaduto a luglio, nelle tribune sopra l’emiciclo saranno spediti osservatori del gruppo, per filmare e controllare movimenti strani. Se queste sono le più elementari strategie difensive, i vertici di FdI stavolta si sono decisi ad adottare una linea più proattiva. L’obiettivo è quello di creare un cuscinetto di almeno una decina di deputati delle opposizioni che possano neutralizzare, con il loro voto a favore, l’agguato di chi proverà ad affossare il Melonellum: dei franchi tiratori al contrario.
L’area individuata è quella del Pd e non sembri paradossale perché, quando si parla di legge elettorale, non ci sono più regole, il fratello di partito diventa domani il concorrente di collegio, l’avversario politico si trasforma in alleato. Bignami e compagni hanno puntato sull’area riformista, contando di trovare orecchie attente tra chi teme di non essere ricandidato dalla segreteria. Il problema è che i meloniani, quando si sono fatti dare la mappa delle correnti del Pd, hanno scoperto che l’ala “moderata” a Montecitorio conta appena cinque eletti: Virginio Merola, Nicola Carè, Lia Quartapelle, Piero Fassino e Lorenzo Guerini. Troppo pochi. Così a qualcuno è venuto in mente di rivolgersi ad altri che potrebbero avere interesse a far passare di nascosto il Melonellum, convinti di non finire tra i capilista ma sicuri del proprio consenso sul territorio. Deputati dem che vorrebbero anche far pressione su Schlein affinché si ritiri e lasci il posto, nelle primarie, a un altro nome, magari quello del sindaco di Roma Roberto Gualtieri. A chi sostiene la segretaria questa presunta congiura dei Proci appare campata per aria: «Schlein non vede l’ora di misurarsi alle primarie». E sono convinti che i problemi veri FdI ce li abbia in casa: «I deputati meloniani sanno che, dopo i capilista, gli altri dovranno cercarsi le preferenze. Nella prossima legislatura cambieranno completamente i gruppi, i consiglieri regionali ruberanno il posto agli uscenti». E poi c’è il grande buco nero della Lega, dove Salvini ha confidato di temere le defezioni degli eletti al Nord: «Quelli del centrosud sono abituati a trovarsi i voti, gli altri no». Quanto alle donne di Forza Italia, sono l’ultimo gruppo attenzionato per le possibili defezioni. Per questo Tajani ha dovuto promettere che saranno ricandidate in posti eleggibili tutte e quattordici.