VENTOTENE – Sabrina Borgioni ha 18 anni e non diserta. Non diserta il quartiere popolare in cui vive, Grottarossa, quadrante Nord di Roma, dove il pomeriggio fa il doposcuola ai bambini in una palestra di boxe di cui indossa la maglietta. Il logo ha i colori della bandiera palestinese e dietro la scritta: «Non c’è pace sotto assedio». A Ventotene partecipa con un altro centinaio di ragazzi alla quarta edizione della scuola di formazione dei Giovani democratici del Lazio, con una sparuta rappresentanza del resto d’Italia. Del “Manifesto” nato sul suolo che calpestano forse hanno letto anche il finale in cui Ernesto Rossi e Altiero Spinelli suggeriscono di «scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani» perché, delle polemiche che hanno travolto il loro movimento e la segretaria Virginia Libero, con allegria se ne fregano.
VENTOTENE – Sabrina Borgioni ha 18 anni e non diserta. Non diserta il quartiere popolare in cui vive, Grottarossa, quadrante Nord di Roma, dove il pomeriggio fa il doposcuola ai bambini in una palestra di boxe di cui indossa la maglietta. Il logo ha i colori della bandiera palestinese e dietro la scritta: «Non c’è pace sotto assedio». A Ventotene partecipa con un altro centinaio di ragazzi alla quarta edizione della scuola di formazione dei Giovani democratici del Lazio, con una sparuta rappresentanza del resto d’Italia. Del “Manifesto” nato sul suolo che calpestano forse hanno letto anche il finale in cui Ernesto Rossi e Altiero Spinelli suggeriscono di «scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani» perché, delle polemiche che hanno travolto il loro movimento e la segretaria Virginia Libero, con allegria se ne fregano.
Quell’«organizzeremo i disertori» urlato dal palco di Reggio Emilia qua trova solo favorevoli. Ti senti disertore? «Sì» dicono in tanti, «sì» dice Valerio Galletta, 24 anni, dottorando in Storia contemporanea: «Disertore, del resto, veniva chiamato anche chi durante la Repubblica di Salò sceglieva di non stare con i fascisti e andare in montagna con i partigiani». E che cos’altro vi aspettate, sembra sottintendere ancora Sabrina quando sostiene che la giovanile «deve rappresentare l’avanguardia», e in fondo è normale che la loro generazione «la pensi in modo diverso» dagli adulti: «Siamo cresciuti in mezzo a questa sensazione opprimente di impotenza, guardando le grandi potenze che ricominciano a farsi la guerra. Alla fine, ogni bambino ti dice che sogna la pace. Noi sì, saremo disertori perché questi conflitti non li vogliamo». Diritto all’ingenuità, o forse diritto alla paura. «Un sentimento di paura» è infatti l’espressione che utilizza Valeria Campagna, 29 anni, sulla porta d’uscita dei Giovani democratici, – si sta dentro fino ai 30 – già operativa nel partito dei “grandi”, consigliera comunale a Latina, vice di Daniele Leodori nella segreteria dem del Lazio (dove l’ha portata Schlein: «Prima di Elly non votavo Pd, è una fuoriclasse»). «Siamo una generazione che si trova a parlare di guerra mentre fino a qualche anno fa sembrava materia dei libri di storia o un problema di Paesi lontani che a malapena riuscivamo a indicare sulla cartina geografica», spiega Campagna. «Oggi invece il conflitto è in Europa, lo è ormai da anni con l’invasione della Russia all’Ucraina».
Alla quale, va detto, nessun giovane pd dice esplicitamente di voler voltare le spalle: «Siamo stati tra i primi a scendere in piazza a favore di Kiev, nessuno ci può contestare niente», rivendica Alessandro Spicola, segretario dei Gd Lazio. Certo, ci sono le domande: «È una questione complessa, c’è chi sostiene che inviare le armi fomenti il conflitto, ma come si fa ad avere la certezza che senza inviarle invece si arrivi a concluderlo e non a far cadere l’Ucraina?», ragiona Daniele Saponaro, 19enne neo-iscritto a Scienze politiche. «L’aiuto dev’essere affiancato da un vero percorso diplomatico verso una pace giusta», aggiunge Galletta, pronto a sedere al tavolo del programma con Avs e M5S: «Credo che insistere su quel punto lì – continua – in una fase in cui si deve costruire una coalizione non sia forse la cosa più giusta, se ne potrà discutere più avanti». Equilibrismo Pd in erba.
No, non è l’Ucraina il bersaglio sulla terrazza vista mare della Sala Polivalente di Ventotene. L’ostilità è verso il riarmo nazionale (ne parla anche la segretaria in collegamento), da declinare solo come impegno europeo. «Vogliamo l’8% per cento del Pil sulla sanità e non il 5% sulle armi, è questo secondo me il significato profondo delle parole di Virginia, che facciamo nostre e che condividiamo», riassume Campagna. A un passo dal rischio di inciampare sul bivio “burro o cannoni”. Nonostante la percezione del pericolo – persino di quella guerra imminente da disertare – sia in ogni discorso dei dem under 30: «Viviamo in un contesto storico in cui tutto sembra possibile», sospira Simone Acquasanta, segretario dei Gd di Latina, 24 anni, studente di Scienze Politiche.
«Tutto» tranne ciò che forse era ovvio non per i padri ma almeno per i nonni. All’ora di pranzo, infatti, mentre gli ultimi vacanzieri delle Pontine si godono il sole settembrino, i giovani democratici, al chiuso, fanno un’assemblea sul lavoro. In pochi minuti, quattro interventi spolverano una parola poco frequentata dal dibattito pubblico: «classe». Qualcuno persino «lotta di classe». Consapevoli più degli adulti di un limite che viene contestato anche al partito nazionale. Lo dice brutalmente Antonio Massaro, tra i ragazzi più grandi: «Siamo dei privilegiati. Nessuno di noi si sveglia la mattina e rischia di cadere da un pontile. Ed è un problema il fatto di appartenere tutti a una determinata classe sociale». Generazione Mamdani: «Eppure il nostro popolo devono essere i giovani lavoratori».