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“Chiedevamo la verità abbiamo ottenuto giustizia”. L’emozione dei genitori di Giulio Regeni

(reuters)

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Paola e Claudio parlano dopo la sentenza: “Il governo dia seguito alla decisione. Siamo stati premiati perché resistenti e fedeli ai principi della democrazia”
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Irene è stretta nelle spalle del padre, Claudio. Paola guarda dritta negli occhi la presidente della Corte mentre legge il dispositivo della sentenza. Ascolta ogni parola. Si gira un attimo appena, per poggiare una mano, avvolta da quel braccialetto giallo che è diventato simbolo e orgoglio, per accarezzare la mano di Claudio, il braccio di Irene. Alessandra Ballerini invece è un banco avanti. Li guarda per prima, prima ancora di cercare gli altri avvocati, prima dei cronisti, prima di qualsiasi altra cosa. Muove lentamente la testa verso il basso, un gesto di assenso, e abbozza un sorriso. Non hanno gli occhi lucidi. Non piangono. Hanno l’espressione di chi ha lottato per quasi undici anni per ottenere quello che gli spettava. «Che non è tutto. Ma è già tanto».

Forse è tutta qui la storia della famiglia Regeni. In questa scena composta, quasi trattenuta, alla fine di una battaglia che sembrava impossibile. Quasi undici anni passati a chiedere la stessa cosa, verità e giustizia, senza…

Irene è stretta nelle spalle del padre, Claudio. Paola guarda dritta negli occhi la presidente della Corte mentre legge il dispositivo della sentenza. Ascolta ogni parola. Si gira un attimo appena, per poggiare una mano, avvolta da quel braccialetto giallo che è diventato simbolo e orgoglio, per accarezzare la mano di Claudio, il braccio di Irene. Alessandra Ballerini invece è un banco avanti. Li guarda per prima, prima ancora di cercare gli altri avvocati, prima dei cronisti, prima di qualsiasi altra cosa. Muove lentamente la testa verso il basso, un gesto di assenso, e abbozza un sorriso. Non hanno gli occhi lucidi. Non piangono. Hanno l’espressione di chi ha lottato per quasi undici anni per ottenere quello che gli spettava. «Che non è tutto. Ma è già tanto».

Forse è tutta qui la storia della famiglia Regeni. In questa scena composta, quasi trattenuta, alla fine di una battaglia che sembrava impossibile. Quasi undici anni passati a chiedere la stessa cosa, verità e giustizia, senza mai cambiare una parola, senza mai arretrare. Anche quando sembrava che quella verità non sarebbe arrivata mai. Anche quando intorno a loro i rapporti diplomatici riprendevano, gli interessi tornavano a prevalere, il tempo passava. Loro no. Loro restavano lì.

«Per trovare la giustizia bisogna esserle fedeli. Essa, come tutte le divinità, si manifesta solo a chi ci crede», dicono a Repubblica Paola e Claudio, accanto c’è l’avvocata Ballerini. «Noi siamo stati fedeli. E direi anche resistenti». E adesso, proprio perché quella giustizia è arrivata, chiedono che sia l’Italia a fare il passo successivo. Perché per la famiglia Regeni e i suoi legali la sentenza non chiude tutto. Al contrario, apre una questione che da giudiziaria diventa politica. «Al di là delle singole condanne è evidente che l’impianto probatorio della procura ha superato il vaglio della Corte. Dovremo leggere le motivazioni». Ma intanto la richiesta al governo è già netta: «Ora anche il governo deve prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno stabilito dall’Avvocatura dello Stato e rompere i rapporti con un Paese che, lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici».

Resistenti, dunque. È probabilmente la parola giusta. Perché questa è stata anche una storia di resistenza. «La nostra fede è stata ben riposta: da oggi i cittadini di tutto il mondo possono sentirsi più sicuri», dicono. «Da oggi i regimi, con i loro apparati e le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile, così come i loro corpi. Che l’impunità può essere sconfitta e l’arbitrio può trovare un argine nelle democrazie».

Gli domandano: siete soddisfatti? «Questa è una sentenza che ha riconosciuto non solo le responsabilità individuali, secondo i rigorosi criteri previsti dal nostro ordinamento, ma anche evidentemente la diretta responsabilità del regime egiziano e dei suoi apparati per tutto il male del mondo inflitto a Giulio. Abbiamo sempre chiesto verità, per Giulio e tutti i Giuli del mondo. Oggi abbiamo anche avuto giustizia. Ed è un risultato straordinario» affermano, citando il messaggio del presidente Sergio Mattarella che aveva parlato di «verità e giustizia come presidio dei principi fondamentali della Costituzione».

Diritto e diritti, «cittadini e mai soltanto genitori», sono stati il lessico familiare per quasi undici anni di una famiglia che ha visto «tutto il male del mondo» sul volto del proprio figlio. Non esultano oggi. Non potrebbe esserci niente da festeggiare. Giulio non torna. Raccolgono un bellissimo mazzo di rose gialle e lasciano l’aula. Per quasi undici anni sono entrati e usciti da tribunali, procure, incontri e anniversari chiedendo sempre le stesse due cose: verità e giustizia. Da ieri sera, almeno una di quelle parole, possono pronunciarla senza aspettare più. Giustizia. E forse è proprio questo che intendono quando dicono che, anche stavolta, «Giulio ha fatto cose».

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