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Per Meloni un sollievo, tiene però la guardia alta: “Vannacci va incalzato a destra”

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni

 

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Riunisce Tajani, Salvini e Lupi: “Blindate i gruppi sul Melonellum, se passa ce la giochiamo”. È lite sul candidato sindaco a Milano
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Poteva andare peggio? Certo, sostengono dalla stretta cerchia di Giorgia Meloni, «tiriamo un sospiro di sollievo». Poteva finire molto peggio, con Futuro nazionale sopra il 15% - questo era il timore, soprattutto domenica pomeriggio a urne aperte - e un centrosinistra diventato di conseguenza competitivo in una roccaforte del centrodestra. È finita con 15 punti di scarto tra i due poli, rendendo vana l’opera di disturbo di Fn. Eppure, prevale una certa cautela dalle parti di Palazzo Chigi. Perché quella percentuale di Roberto Vannacci non va comunque sottovalutata: l’11% in una regione e un comune governati da Forza Italia con un consenso galattico resta un campanello di allarme. Non basta a insidiare l’egemonia della premier sulla destra, ma proiettato su scala nazionale – in fondo, la Calabria non rappresenta neanche un punto di forza dell’ex generale – resta un dato sufficiente a ridurre le chance di successo alle Politiche.

Poteva finire peggio, ma anche meglio. Dicono adesso dal …

Poteva andare peggio? Certo, sostengono dalla stretta cerchia di Giorgia Meloni, «tiriamo un sospiro di sollievo». Poteva finire molto peggio, con Futuro nazionale sopra il 15% - questo era il timore, soprattutto domenica pomeriggio a urne aperte - e un centrosinistra diventato di conseguenza competitivo in una roccaforte del centrodestra. È finita con 15 punti di scarto tra i due poli, rendendo vana l’opera di disturbo di Fn. Eppure, prevale una certa cautela dalle parti di Palazzo Chigi. Perché quella percentuale di Roberto Vannacci non va comunque sottovalutata: l’11% in una regione e un comune governati da Forza Italia con un consenso galattico resta un campanello di allarme. Non basta a insidiare l’egemonia della premier sulla destra, ma proiettato su scala nazionale – in fondo, la Calabria non rappresenta neanche un punto di forza dell’ex generale – resta un dato sufficiente a ridurre le chance di successo alle Politiche.

Poteva finire peggio, ma anche meglio. Dicono adesso dal vertice meloniano che Vannacci ottiene solo un 3-4% di voti d’opinione, mentre il resto sarebbero preferenze difese con le unghie da un consigliere regionale in carica. E però, questo 11% resta comunque la percentuale di riferimento con cui fare i conti nei prossimi mesi. Non sono programmate altre suppletive e potrebbero non esserci altri passaggi elettorali a precedere le urne per il nuovo Parlamento. E dunque, per Vannacci quel dato non rappresenta certo la “Sassonia d’Italia”, ma garantisce almeno un bottino a due cifre. Non che Meloni pensi di allearsi per questo con lui, ma comunque: dovrà farci seriamente i conti.

Da giorni, non è un mistero, l’atmosfera nella maggioranza è come sospesa. Entro il 9 ottobre l’Aula di Montecitorio voterà a scrutinio segreto sulla nuova legge elettorale. Senza quel passaggio, nulla si può calcolare: non l’effetto Vannacci – che cambia in base al sistema di voto in vigore - e neanche la strategia di Meloni in vista delle Politiche. A Palazzo Chigi confidano nel fatto che il “Melonellum” cambi lo scenario. Se adesso il centrodestra subisce l’effetto Fn e la somma dei partiti di centrosinistra sembra garantire la vittoria al Campo largo, la nuova legge - è la tesi - imporrebbe un altro campo di gioco, con le due leader a fronteggiarsi. In questo schema, Meloni ritiene di essere favorita nella sfida con Elly Schlein. Così favorita da volere accettare eventuali duelli televisivi con la segretaria dem.

Che la riforma sia un punto dirimente lo dimostra anche l’andamento del vertice che si è tenuto ieri a Palazzo Chigi con Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. La presidente del Consiglio ha pregato gli alleati di blindare i gruppi della Camera: pensa che il nuovo meccanismo elettorale possa ancora ribaltare una sfida in salita. E sempre ai suoi vice ha illustrato l’obiettivo che si è data e che intende continuare a perseguire, in vista dei prossimi mesi: colpire, appunto, il nemico a destra, coprirsi su quel fianco con Vannacci. Come? Pensa di averlo fatto al meglio con il decreto sulla scuola e il burqa. E ipotizza di farlo con maggior vigore nelle prossime settimane. L’altro tassello del piano prevede di insistere su alcune misure contro il caro energia, buco nero del consenso meloniano. L’accordo con Eni e Ip ha dato primi riscontri. E la premier già si interroga su come dare “copertura” per i primi mesi del 2027, in piena campagna elettorale.

Se a Reggio il pericolo è scampato, alle amministrative di Milano del 2027 la sfida appare in salita. Se ne discute durante la riunione di governo. I due vicepremier non vogliono Lupi, ma litigano sulla soluzione alternativa. Tajani preme per candidare a sindaco Matteo Perego, Salvini per Silvia Sardone. Entrambi hanno bisogno di prevalere in questo duello: il leghista perché si prepara al congresso, l’azzurro per mostrare alla famiglia Berlusconi di voler difendere un nome gradito anche ad Arcore. La premier, per ora, non può che prendere atto dello stallo.

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