Inizia con un diktat la settimana decisiva del Pd. E stavolta Giuseppe Conte non c’entra. A lanciarlo ci pensa Igor Taruffi, responsabile dell’Organizzazione nonché braccio destro e sinistro di Elly Schlein.
È lui che di buon mattino si presenta nel salotto televisivo di Start su SkyTg24 per blindarla. Prima chiude a ogni ipotesi di federatore. «Esistono solo due modi per scegliere la guida di una coalizione: o la esprime il partito più votato, oppure si fanno le primarie». Quindi dice no ai riformisti dem, che sabato scorso a Prato avevano ventilato la possibilità di schierare Giorgio Gori nella corsa per la leadership dell’alleanza progressista: «Il Pd ha uno statuto che indica con chiarezza chi è il candidato a Palazzo Chigi direttamente, cioè la segretaria del nostro partito, e in caso di primarie, la segretaria del partito», scandisce il numero 2 del Nazareno. «Da questo punto di vista non vedo particolari elementi di discussione. La segretaria ha la grandissima maggioranza dentr…
Inizia con un diktat la settimana decisiva del Pd. E stavolta Giuseppe Conte non c’entra. A lanciarlo ci pensa Igor Taruffi, responsabile dell’Organizzazione nonché braccio destro e sinistro di Elly Schlein.
È lui che di buon mattino si presenta nel salotto televisivo di Start su SkyTg24 per blindarla. Prima chiude a ogni ipotesi di federatore. «Esistono solo due modi per scegliere la guida di una coalizione: o la esprime il partito più votato, oppure si fanno le primarie». Quindi dice no ai riformisti dem, che sabato scorso a Prato avevano ventilato la possibilità di schierare Giorgio Gori nella corsa per la leadership dell’alleanza progressista: «Il Pd ha uno statuto che indica con chiarezza chi è il candidato a Palazzo Chigi direttamente, cioè la segretaria del nostro partito, e in caso di primarie, la segretaria del partito», scandisce il numero 2 del Nazareno. «Da questo punto di vista non vedo particolari elementi di discussione. La segretaria ha la grandissima maggioranza dentro il Pd», taglia corto.
Schlein è in scadenza (il 12 marzo completa i suoi quattro anni di mandato) e, per gareggiare ai gazebo, ha bisogno di una proroga che solo l’assemblea nazionale può accordare, approvandola con il 50% più uno dei voti espressi dagli oltre 700 aventi diritto. Passaggio che dovrebbe essere formalizzato in direzione. Ma c’è di più.
La modifica allo statuto era stata introdotta nel 2012 (il leader era Bersani) per aprire i tornelli pure al sindaco di Firenze Matteo Renzi. All’epoca, all’articolo 5, fu aggiunto il comma 3, subito rimbalzato di chat in chat: “Qualora il Partito democratico aderisca a coalizioni e si utilizzino le primarie per l’individuazione del candidato alla carica di presidente del Consiglio, l’assemblea nazionale stabilisce le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del segretario nazionale, che saranno ammesse e successivamente presentate alla coalizione”. Insomma, è prevista sebbene con paletti, la discesa in campo di due esponenti dem. Come peraltro è già successo.
Le parole di Taruffi mettono in agitazione la minoranza. «La sua è un’interpretazione forzata dello statuto - avverte Lia Quartapelle - tanto più che la segretaria è in scadenza di mandato». Poche parole, che nella messaggistica dell’area riformista scatenano il dibattito.
È in questo clima che Schlein si appresta ad affrontare una prova delicata. Oggi sarà a Bruxelles per l’intitolazione di un edificio del Parlamento europeo a David Sassoli. L’occasione per incontrare il gruppo e preparare la successione a Nicola Zingaretti, che a gennaio dovrebbe sostituire Pina Picierno alla vicepresidenza di Strasburgo e lasciare il posto di capodelegazione a Camilla Laureti, sua fedelissima.
Domani, poi, Schlein riunirà la segreteria per studiare la strategia in vista della direzione di venerdì, che si preannuncia movimentata.