ROMA – Ora c’è anche la data: la Lega va a congresso il 24 e 25 ottobre a Milano. Congresso lampo e «straordinario», come da ordine di Matteo Salvini, che ha l’obiettivo di blindarsi in vista delle Politiche del ‘27, dopo un’estate tribolatissima, passata a surfare tra malumori e minacce di ribaltone. Invece, il vicepremier resterà in sella anche a questo giro. Le regole licenziate ieri dalla commissione del Regolamento, tratteggiate da Roberto Calderoli, confermano che il leader è messo al riparo da una conta fuori controllo. I delegati saranno gli stessi del congresso dell’anno scorso a Firenze, quando il ministro dei Trasporti è stato acclamato all’unanimità. Calderoli difende la scelta, nelle riunioni di questi giorni: «Una trappola? Ma per la Lombardia sono gli stessi delegati che hanno eletto Romeo...», cioè il frontman dei malpancisti che però si è già sfilato dalla contesa nazionale. E non da solo: quasi impossibile che ci sia uno sfidante, nessuno ha voglia di bruciarsi.
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ROMA – Ora c’è anche la data: la Lega va a congresso il 24 e 25 ottobre a Milano. Congresso lampo e «straordinario», come da ordine di Matteo Salvini, che ha l’obiettivo di blindarsi in vista delle Politiche del ‘27, dopo un’estate tribolatissima, passata a surfare tra malumori e minacce di ribaltone. Invece, il vicepremier resterà in sella anche a questo giro. Le regole licenziate ieri dalla commissione del Regolamento, tratteggiate da Roberto Calderoli, confermano che il leader è messo al riparo da una conta fuori controllo. I delegati saranno gli stessi del congresso dell’anno scorso a Firenze, quando il ministro dei Trasporti è stato acclamato all’unanimità. Calderoli difende la scelta, nelle riunioni di questi giorni: «Una trappola? Ma per la Lombardia sono gli stessi delegati che hanno eletto Romeo...», cioè il frontman dei malpancisti che però si è già sfilato dalla contesa nazionale. E non da solo: quasi impossibile che ci sia uno sfidante, nessuno ha voglia di bruciarsi.
In assenza di rivali, nella cerchia di Salvini si ragiona sui contenuti dell’assise. Dovrebbe essere questa l’occasione buona per il lancio del nuovo simbolo. Via la scritta «Salvini premier», che compare dal 2017. Lo stesso leader quasi un anno fa, intervistato da Repubblica, si era detto disponibile a depennare il suo nome, «tanto il candidato premier è chiaramente Giorgia Meloni». Sulla sua scrivania hanno preso ad affastellarsi i bozzetti del nuovo logo. Unica certezza: lo spadone di Alberto da Giussano. Anche il leader della giovanile, Luca Toccalini, potrebbe essere avvicendato per raggiunti limiti d’età.
Per risalire nei sondaggi non basta ovviamente un restyling grafico. Il primo a saperlo è Salvini. Ecco perché in vista del congresso si lavora a un’agenda per la campagna elettorale. Nonostante le critiche interne, il leitmotiv della sicurezza non sarà cestinato come il simbolo. Anzi: Salvini è stato rassicurato l’altro ieri dalla premier Giorgia Meloni su una battaglia che il Carroccio ha condotto fin qui in solitaria. L’aumento dei soldati di Strade sicure. Nel vertice nella villa della leader di FdI, Meloni si è detta favorevole a un potenziamento dell’operazione, su cui il ministro Guido Crosetto ha sempre espresso riserve. Dopo lo stop al burqa e il tetto agli stranieri in classe, la «militarizzazione delle stazioni», così la chiama Salvini, potrebbe far comodo anche alla presidente del Consiglio, sempre per contenere Vannacci. Non è l’unico segnale di disponibilità di Meloni verso l’alleato: si è deciso di aspettare il congresso leghista per scegliere il candidato sindaco di Milano, in modo da non guastare la kermesse, nel caso in cui il forzista Matteo Perego la spuntasse sulla salviniana Silvia Sardone.
All’ala nordista non resta che presentare una mozione. Lì potrebbe essere ripescata l’idea di una Lega spacchettata in due, modello bavarese. Romeo già sembra meno pugnace: «Mi licenziano da capogruppo? Speriamo sia per giusta causa. Io espulso? Non temo nulla». Si vedrà. Nelle chat dei suoi avversari interni rimbalza un’intervista alla Zanzara del fratello, Filippo Romeo detto “Champagne”, che già sentenzia: «Io voto Vannacci».