ROMA – Il giorno dopo è cominciato con il silenzio. Nessuno, nelle ventiquattro ore successive alla sentenza, si è fatto sentire con la famiglia Regeni. Nessuno dal governo, nessuna telefonata, nessun contatto. Paola e Claudio Regeni, in fondo, quasi se lo aspettavano. In questi anni hanno visto amministrazioni di centrodestra chiedere di togliere dai municipi gli striscioni gialli con la scritta «Verità per Giulio Regeni». Ma non è una questione di bandiera: hanno visto cambiare governi, ministri, promesse. E hanno imparato a non aspettarsi molto dalla politica.
Poi, alle otto di sera, il silenzio si è interrotto. Seppur indirettamente. Ha parlato Giorgia Meloni, da Praga, rispondendo a una domanda dei giornalisti. E ascoltando la presidente del Consiglio, in casa Regeni il ragionamento è stato più o meno questo: sembra che il nastro sia tornato indietro di quarantotto ore. Come se quella sentenza non fosse mai stata pronunciata. «Verità e giustizia le abbiamo avute ieri, in un’aula …
ROMA – Il giorno dopo è cominciato con il silenzio. Nessuno, nelle ventiquattro ore successive alla sentenza, si è fatto sentire con la famiglia Regeni. Nessuno dal governo, nessuna telefonata, nessun contatto. Paola e Claudio Regeni, in fondo, quasi se lo aspettavano. In questi anni hanno visto amministrazioni di centrodestra chiedere di togliere dai municipi gli striscioni gialli con la scritta «Verità per Giulio Regeni». Ma non è una questione di bandiera: hanno visto cambiare governi, ministri, promesse. E hanno imparato a non aspettarsi molto dalla politica.
Poi, alle otto di sera, il silenzio si è interrotto. Seppur indirettamente. Ha parlato Giorgia Meloni, da Praga, rispondendo a una domanda dei giornalisti. E ascoltando la presidente del Consiglio, in casa Regeni il ragionamento è stato più o meno questo: sembra che il nastro sia tornato indietro di quarantotto ore. Come se quella sentenza non fosse mai stata pronunciata. «Verità e giustizia le abbiamo avute ieri, in un’aula di tribunale», dice a Repubblica l’avvocata Alessandra Ballerini. Ed è questo il punto. Per quasi undici anni la richiesta rivolta alle istituzioni italiane è stata quella: verità e giustizia. Adesso, sostengono i Regeni, entrambe esistono, seppur ancora parziali. Ma sono dentro una sentenza. Ed è da quella sentenza che bisogna partire per decidere che cosa fare con l’Egitto.
Lo avevano detto immediatamente dopo la lettura del dispositivo, chiedendo «atti concreti» al governo. «Da oggi — avevano detto — tutti i cittadini nel mondo possono sentirsi più sicuri, da stasera tutti i regimi, i loro apparati e le loro divise saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile, così come i loro corpi, che l’impunità può essere sconfitta e l’arbitrio può trovare un argine nelle democrazie». E poi avevano indicato quello che, secondo la famiglia, deve accadere adesso: «Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall’Avvocatura dello Stato, e rompere i rapporti con un Paese che, lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati “amici”».
Un ragionamento opposto rispetto a quello fatto ieri sera dalla premier. Che ha invece rilanciato la vecchia teoria: per ottenere qualcosa dall’Egitto è necessario tenere aperti i canali con il Cairo. «È la stessa linea che abbiamo sentito per undici anni e che però non ha portato a nulla, visto quello che abbiamo ottenuto», ragiona un investigatore che ha lavorato sul caso. Ricordando come proprio la mancata collaborazione egiziana sia stata uno degli ostacoli principali dell’inchiesta e poi del processo. Che, nonostante questo, è riuscito a mettere un punto dove quasi nessuno credeva. E forse sperava.
È qui, però, che secondo la famiglia la sentenza cambia il piano della discussione. Perché da ieri non si tratta più soltanto di chiedere al Cairo di collaborare a un’indagine italiana. Quell’indagine ha superato depistaggi, testimoni scomparsi, documenti mai consegnati e undici anni di porte chiuse ed è arrivata comunque davanti a una Corte. Adesso esiste un pronunciamento dello Stato italiano e, con quello, una serie di conseguenze che i Regeni chiedono alla politica di assumersi. A cominciare dal risarcimento reclamato dall’Avvocatura dello Stato. “Per trovare la giustizia bisogna esserle fedeli. Essa come tutte le divinità si manifesta solo a chi ci crede” Noi per dirla come Calamandrei siamo stati fedeli e direi anche resistenti” si sono sfogati con Repubblica. Dopo aver sentito le parole della premier non smetteranno di resistere.