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Regeni, l’imbarazzo di Meloni: “Rischioso chiudere i canali con il Cairo”

Giorgia Meloni in visita ufficiale nella Repubblica Ceca (ansa)

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La presidente del Consiglio parla a Praga dopo l’incontro con il premier Andrej Babis: “Anche noi cerchiamo la verità”
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Nel cortile presidenziale rimbomba “Sarà perché ti amo”. Manca un’ora all’arrivo di Giorgia Meloni e un fonico si diverte con i Ricchi e Poveri. Quando la premier italiana sale sul podio, però, c’è poco da ridere. L’unica domanda che i cechi concedono agli italiani vira su Giulio Regeni. Palazzo Chigi chiederà l’estradizione dei suoi carnefici? E si rivolgerà all’Egitto per pretendere il risarcimento dei danni previsto in sentenza? La presidente del Consiglio non si sbilancia. Ricorda che la sentenza è ancora di primo grado, dunque «tutto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario». Un orientamento, però, già lo anticipa: nessuno strappo diplomatico con Al Sisi, nessun gesto eclatante per mettere pressione all’alleato. Non avvicinerebbe l’obiettivo, sostiene. E d’altra parte è proprio il suo esecutivo ad aver normalizzato, dopo diversi anni di gelo, le relazioni con il Cairo.

La missione nella città delle cento torri serve a stringere alleanze in vista del prossimo Consig…

Nel cortile presidenziale rimbomba “Sarà perché ti amo”. Manca un’ora all’arrivo di Giorgia Meloni e un fonico si diverte con i Ricchi e Poveri. Quando la premier italiana sale sul podio, però, c’è poco da ridere. L’unica domanda che i cechi concedono agli italiani vira su Giulio Regeni. Palazzo Chigi chiederà l’estradizione dei suoi carnefici? E si rivolgerà all’Egitto per pretendere il risarcimento dei danni previsto in sentenza? La presidente del Consiglio non si sbilancia. Ricorda che la sentenza è ancora di primo grado, dunque «tutto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario». Un orientamento, però, già lo anticipa: nessuno strappo diplomatico con Al Sisi, nessun gesto eclatante per mettere pressione all’alleato. Non avvicinerebbe l’obiettivo, sostiene. E d’altra parte è proprio il suo esecutivo ad aver normalizzato, dopo diversi anni di gelo, le relazioni con il Cairo.

La missione nella città delle cento torri serve a stringere alleanze in vista del prossimo Consiglio europeo sull’energia. L’abbraccio del premier Andrej Babis, un miliardario iscritto all’ultradestra dei Patrioti e soprannominato “il Berlusconi ceco”, è caloroso. Lui celebra l’evento brindando ai presunti “buoni rapporti di entrambi con Trump”; per un istante Meloni lo osserva per capire se si tratti di una battuta. Ma è sulle condanne dei sequestratori del ricercatore italiano che la premier rallenta i ragionamenti, cercando parole caute per non scivolare: «Voglio ribadire la mia vicinanza alla famiglia di Giulio Regeni – la premessa – e alla loro richiesta, che è anche la nostra, di verità e giustizia. Lo Stato italiano è parte civile nel processo, quindi anche noi siamo assolutamente determinati a cercare la verità sulla vicenda». E però, aggiunge, non romperà le relazioni con il presidente d’Egitto, come pure chiedono l’opposizione e la famiglia della vittima: «In questa ricerca abbiamo sempre utilizzato tutti i canali, anche quelli politici e diplomatici con il Cairo. Ho un po’ il dubbio che chiudendoli noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi, piuttosto che allontanarci».

È un primo tassello: nessun atto ostile, anche a costo di pagare un prezzo. Né scioglie il dilemma che tormenta in queste ore l’esecutivo: che fare con il mezzo milione di euro che i tre condannati devono subito all’Italia? Se infatti Palazzo Chigi può provare a sostenere – non senza difficoltà ed esponendosi alle critiche – che non è ancora il momento di reclamare l’estradizione dei tre condannati, perché manca una sentenza passata in giudicato, è impossibile sottrarsi a una decisione sulla somma riconosciuta dal tribunale. Fino a questo momento la linea con Sisi è sempre stata: «Non possiamo intrometterci nel lavoro della magistratura». Presentare ora il conto economico, con la firma di Chigi, è diverso. Meloni ha tre mesi per decidere. E il dibattito su come muoversi divide i tecnici di Palazzo Chigi.

La partita è a dir poco delicata, ammettono anche alla Farnesina. Essere cauti: questa è la strategia. Per sostenere questa linea, si indicano alcune scadenze critiche che tocca al ministero degli Esteri gestire. Ad esempio, viene ricordato che a giorni si terrà l’udienza di appello di Nessy Guerra, bloccata in Egitto a causa del processo intentato dall’ex marito per ottenere l’affido della figlia. La diplomazia meloniana ribadisce inoltre quanto peso abbia il Cairo nella gestione dei flussi migratori, nel teatro libico, a Gaza e in Sudan, per l’energia e il petrolio, nella lotta al terrorismo e per sbloccare Bab el-Mandeb. Ecco perché Tajani, in privato, sostiene: non mi prendo gli insulti sull’Egitto perché mi piace farmi sbeffeggiare. E ancora: dobbiamo difendere l’interesse nazionale italiano; il volto di Nessy e della sua bambina è il simbolo del perché dobbiamo parlare con loro. A tutto questo un cruccio in più: non irritare Al Sisi anche davanti a una sentenza che il Cairo temeva più severa.

È già ora di cena. Babis celebra la mostra bilaterale su Pompei ed Ercolano che si terrà nel 2028. «Spero che la premier italiana verrà a trovarci», sorride. Forse non sa che in Italia si vota tra diversi mesi, o pensa che abbia già vinto le elezioni del 2027. Per allora, si spera, Roma dovrebbe aver deciso se pretendere l’estradizione e i danni ai torturatori di Giulio Regeni.

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