Votati gli ultimi emendamenti in commissione Industria e Lavori pubblici al Senato, il disegno di legge sulla governance della Rai si prepara ad arrivare in aula il 26 novembre tra le proteste delle opposizioni. «La destra chiama riforma ciò che l’Europa chiama infrazione», dice Stefano Graziano, deputato e capogruppo Pd in Vigilanza Rai, dimissionario da luglio come gli altri componenti.
Qual è il problema?
«Il regolamento europeo Media Freedom Act chiede che la Rai sia libera dai partiti, la maggioranza fa una riforma che dice ai partiti “siete liberi di prendervi la Rai”. Esattamente il contrario. Hanno letto la normativa in ebraico, a mio avviso. Si rischia la Telemeloni tax».
Nel merito, perché il servizio pubblico rimane troppo legato alla politica?
«Due consiglieri di amministrazione verranno comunque nominati dal Cdm su indicazione del ministero dell’Economia. Uno dai dipendenti e altri quattro dal Parlamento. Ma dalla terza votazione basterà la maggioranza assoluta».
L’ammini…
Votati gli ultimi emendamenti in commissione Industria e Lavori pubblici al Senato, il disegno di legge sulla governance della Rai si prepara ad arrivare in aula il 26 novembre tra le proteste delle opposizioni. «La destra chiama riforma ciò che l’Europa chiama infrazione», dice Stefano Graziano, deputato e capogruppo Pd in Vigilanza Rai, dimissionario da luglio come gli altri componenti.
Qual è il problema?
«Il regolamento europeo Media Freedom Act chiede che la Rai sia libera dai partiti, la maggioranza fa una riforma che dice ai partiti “siete liberi di prendervi la Rai”. Esattamente il contrario. Hanno letto la normativa in ebraico, a mio avviso. Si rischia la Telemeloni tax».
Nel merito, perché il servizio pubblico rimane troppo legato alla politica?
«Due consiglieri di amministrazione verranno comunque nominati dal Cdm su indicazione del ministero dell’Economia. Uno dai dipendenti e altri quattro dal Parlamento. Ma dalla terza votazione basterà la maggioranza assoluta».
L’amministratore delegato, però, non sarà più scelto dal Mef. È un miglioramento?
«No, perché l’ad viene comunque indicato dal cda, che a sua volta è eletto dal Parlamento. È evidente che così non si risolve nessuno dei problemi che il Freedom Act pone. Non si crea, per così dire, nemmeno un’intercapedine di sicurezza tra la tv pubblica e i partiti».
Le opposizioni cosa propongono?
«Si potrebbe immaginare una fondazione che attraverso un bando pubblico con requisiti chiari possa scegliere personalità indipendenti».
Quali sono le altre criticità?
«Per ratificare la nomina del presidente della Rai non serviranno più i due terzi dei componenti della commissione di Vigilanza».
Perché è grave?
«Eliminano un elemento minimo di garanzia. Finora ogni maggioranza doveva tenere conto del pluralismo, era obbligata a cercare la convergenza con le forze delle opposizione. Ora non sarà più così. Ma non mi stupisce».
Cosa intende?
«Da quando è iniziata la legislatura la destra non si è mai occupata dei problemi della Rai, si è solo e sempre preoccupata di occupare la Rai. Questa è la differenza».
La maggioranza rimarca che la riforma del governo Renzi prevedesse un legame ancora più stretto tra tv pubblica e politica.
«Dopo oltre 10 anni e in presenza di nuove regole europee era giusto cambiare la legge. Ma il punto è come cambiarla. A Bruxelles l’hanno chiamato Freedom Act per difendere l’informazione dal potere. A Roma la Meloni ha trasformato in un Freedom from Act: liberi dall’Europa, liberi dal pluralismo, liberi di fare come gli pare. Si nota pure nella gestione delle risorse».
La nuova riforma però prevede che se le entrate del canone dovessero diminuire, il governo sia tenuto a prevedere una compensazione.
«Non si può immaginare che i fondi siano legati alla volontà del governo. Noi abbiamo sempre chiesto che venissero vincolati al contratto di servizio almeno per dieci anni».
Sulla commissione di Vigilanza Rai, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha tentato una mediazione con i vostri capigruppo. Non vi ha convinto?
«Mentre La Russa mediava, in commissione la maggioranza bocciava le nostre proposte e votava le proprie».
Ora ha annunciato una “pausa di riflessione” e fornito più tempo prima che la riforma arrivi in aula. Cosa vi convincerebbe a dare i vostri nomi per ricomporre la bicamerale?
«A noi non interessano i posti, ma il merito politico: l’attuazione del Freedom Act. Se continuano in questa direzione, avranno sempre il nostro no. Spero che la pausa di riflessione serva a loro per riflettere e costruire le condizioni per il dialogo».