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Melonellum, la destra supera il primo voto segreto: respinte le pregiudiziali di costituzionalità

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Bocciate con 229 no, 151 voti a favore. Tensioni prima dello scrutinio. Big di FdI controllano dall’alto i colleghi. Precettati i ministri, poche defezioni e anche Fn dà una mano
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ROMA – Appena una manciata di secondi di fiato sospeso, poi la maggioranza tira un sospiro di sollievo. Il voto segreto non riserva sorprese: l’aula della Camera respinge con 229 contrari e 151 favorevoli le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni al Melonellum. Applausi liberatori dall’emiciclo destro. Commenti soddisfatti. «Non ci aspettavamo niente di diverso», assicura a caldo il capogruppo meloniano Galeazzo Bignami. Eppure racconta un’altra storia la fotografia degli istanti precedenti allo scrutinio: dall’ultima fila, la più elevata, Giovanni Donzelli, Francesco Filini, Sara Kelany e Augusta Montaruli – i colonnelli di via della Scrofa – rimangono in piedi per scrutare dall’alto il voto dei propri deputati. «Giorgia Meloni – chiosa il dem Andrea Casu – non si fida più non solo dei suoi alleati ma nemmeno dei suoi parlamentari». Ai quali, peraltro, è stato richiesto di pigiare il “no” con un solo dito, senza nascondere la mano nella “buchetta” della pulsan…

ROMA – Appena una manciata di secondi di fiato sospeso, poi la maggioranza tira un sospiro di sollievo. Il voto segreto non riserva sorprese: l’aula della Camera respinge con 229 contrari e 151 favorevoli le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni al Melonellum. Applausi liberatori dall’emiciclo destro. Commenti soddisfatti. «Non ci aspettavamo niente di diverso», assicura a caldo il capogruppo meloniano Galeazzo Bignami. Eppure racconta un’altra storia la fotografia degli istanti precedenti allo scrutinio: dall’ultima fila, la più elevata, Giovanni Donzelli, Francesco Filini, Sara Kelany e Augusta Montaruli – i colonnelli di via della Scrofa – rimangono in piedi per scrutare dall’alto il voto dei propri deputati. «Giorgia Meloni – chiosa il dem Andrea Casu – non si fida più non solo dei suoi alleati ma nemmeno dei suoi parlamentari». Ai quali, peraltro, è stato richiesto di pigiare il “no” con un solo dito, senza nascondere la mano nella “buchetta” della pulsantiera. Un clima di sospetto che conferma i nervi tesi con cui il centrodestra affronta la volata finale verso l’approvazione definitiva della legge elettorale. Alle battute finali. Martedì e mercoledì, l’aula sarà chiamata ad approvare tre articoli blindati dalla fiducia, un quarto senza. Tutti a scrutinio palese. Rimane un solo tornante pericoloso: il via libera finale previsto per giovedì 8 ottobre, l’ultimo con il voto segreto. «Ha un valore politico enorme», avvisa Donzelli.

I numeri hanno tenuto senza grosse defezioni. «Buon auspicio per l’anno prossimo», gongola il ministro Francesco Lollobrigida. Lontano il caos di luglio, quando le preferenze vennero bocciate per un solo voto. Lega, FI, FdI e Noi Moderati contano in totale su 232 deputati. In aula ce n’erano 222. A favore della bocciatura sono quindi arrivati sette voti in più, che si spiegherebbero con l’aiuto degli otto vannacciani («Le pregiudiziali sono ridicole», motiva il capogruppo Edoardo Ziello). Impossibile, tuttavia, escludere rimescolamenti minimi tra destra e sinistra.

La precettazione ha dato i suoi frutti. Sull’attenti i ministri eletti alla Camera: oltre a Lollobrigida, Antonio Tajani, Eugenia Roccella, Carlo Nordio, Giancarlo Giorgetti, Gianmarco Mazzi e una sfilza di sottosegretari. Solo tre assenti giustificati dalle “missioni” nei tabulati: il forzista Gilberto Pichetto Fratin, il leghista Dario Giagoni e ovviamente Giorgia Meloni. Tra gli azzurri non c’era Rita Della Chiesa, tra i Fratelli Roberto Traversi. Quattro, invece, i leghisti mancanti: Stefano Candiani, Giulio Centenaro, Virginio Caparvi e l’ultra-assenteista Antonio Angelucci. Era invece in aula Marta Fascina, segnale delle grandi occasioni (ha saltato il 94,5% delle sedute nella prima parte del 2026).

Prima del voto le opposizioni argomentano le criticità della legge. «Un premierato surrettizio», lo chiama Nicola Fratoianni di Avs. «Un atto di prepotenza», gli fa eco Riccardo Magi di +Europa, in sciopero della fame. «Una candidata con 300mila preferenze potrà essere scavalcata dal capolista bloccato», rimarca Alfonso Colucci del M5S. «Ci sono certezze di incostituzionalità», dice D’Alessio per Azione. Affilatissimo il dem Gianni Cuperlo che con un’ironica «punta di affetto» provoca «leghisti e liberali di Fi»: «A ridosso del giorno del Ringraziamento, preparatevi a fare la parte dei tacchini».

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