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Strappo dei riformisti che non votano in direzione Pd:“Su regole e alleanze servono chiarimenti”

Giorgio Gori (lapresse)

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Guerini: “Apprezzato lo scatto d’orgoglio, ma ancora non va”. Gori insiste sul doppio turno ai gazebo
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ROMA – La tregua dura il tempo di una relazione. Ottanta minuti, all’incirca. Poi, quando arriva il momento di votare, i riformisti si sfilano. Non si schierano contro la segretaria, ma nemmeno a favore. E, per evitare che il Nazareno vanti una unanimità che invece non c’è, la senatrice Sandra Zampa chiede che la scelta venga messa a verbale.

Un gesto politico, non una formalità. Perché va bene l’altolà di Schlein a Conte e soprattutto la conferma, netta, della linea fin qui tenuta su Kiev, ma i nodi che la minoranza aveva chiesto di sciogliere sono ancora tutti lì. Lorenzo Guerini lo dice senza giri di parole: «Abbiamo apprezzato lo scatto di orgoglio nei confronti dei 5S e il fatto che si sia ribadito con chiarezza il sostegno all’Ucraina. Tuttavia sulla costruzione del programma e sul percorso che ci porterà alle primarie ci sono punti che abbiamo posto e devono essere ancora chiariti. Perciò abbiamo deciso di non partecipare al voto». Tradotto dal politichese: sulla fiducia alla s…

ROMA – La tregua dura il tempo di una relazione. Ottanta minuti, all’incirca. Poi, quando arriva il momento di votare, i riformisti si sfilano. Non si schierano contro la segretaria, ma nemmeno a favore. E, per evitare che il Nazareno vanti una unanimità che invece non c’è, la senatrice Sandra Zampa chiede che la scelta venga messa a verbale.

Un gesto politico, non una formalità. Perché va bene l’altolà di Schlein a Conte e soprattutto la conferma, netta, della linea fin qui tenuta su Kiev, ma i nodi che la minoranza aveva chiesto di sciogliere sono ancora tutti lì. Lorenzo Guerini lo dice senza giri di parole: «Abbiamo apprezzato lo scatto di orgoglio nei confronti dei 5S e il fatto che si sia ribadito con chiarezza il sostegno all’Ucraina. Tuttavia sulla costruzione del programma e sul percorso che ci porterà alle primarie ci sono punti che abbiamo posto e devono essere ancora chiariti. Perciò abbiamo deciso di non partecipare al voto». Tradotto dal politichese: sulla fiducia alla segretaria non si rompe, ma sulla rotta da qui alle politiche non si firma una cambiale in bianco.

Il nervo scoperto sono i gazebo. Giorgio Gori racconta che la sua proposta di farli a doppio turno, con lui candidato al primo, è stata respinta con un secco «non se ne parla». A pronunciarlo, dirigenti di primo piano: Igor Taruffi come indiziato principale. Eppure l’ex sindaco di Bergamo avrebbe voluto correre, spiega, per intercettare pezzi di elettorato più moderato che sfugge a Schlein. Aiutarla nella partita contro Conte che, avverte, «persegue apertamente un riequilibrio dei rapporti di forza sia sul piano della leadership, sia dei contenuti dell’azione di governo. E le primarie sono il terreno che ha scelto». Per questo è necessario il ballottaggio: «Per allargare la partecipazione», sfruttando «il pluralismo del Pd». E anche, aggiunge Simona Malpezzi, per «costruire una sintesi più ampia». Mentre «chiudere alle pluricandidature significa lasciare ad altri la rappresentanza di culture politiche che sono interne al nostro partito», denuncia Zampa. Senza trascurare il voto online, su cui il M5S insiste, ma «si rischiano ingerenze», servono «garanzie».

Nota dolente che si intreccia con l’incognita programma. La minoranza chiede di sapere chi lo scriverà, con quale metodo. Decisa, visto che «in direzione non sono arrivate risposte», a presentare il conto delle questioni aperte in assemblea nazionale. A iniziare dalla questione Ucraina: «Un capitolo», avverte Lia Quartapelle, «che non può essere barattato nel confronto fra alleati».

Nessuna rottura e nessuna resa, dunque. I riformisti danno appuntamento il 18 ottobre, dove si tornerà a discutere di temi, regole, leadership. E lì sarà molto più difficile limitarsi a dire: non se ne parla.

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