ROMA-NEW YORK – Maneggiano la dichiarazione con cura, come fosse kryptonite o una scheggia di euforia passeggera. Dice Donald Trump: «Con Giorgia Meloni i rapporti sono molto buoni, mi è sempre piaciuta». Folle chi si sbilancia per una risposta telegrafica, sussurrano però a Palazzo Chigi. Certo, l’operazione di ricucitura con la Casa Bianca è in campo da tempo. Gli ambasciatori si sono mossi, tra poco ne parleremo. Ma su tutto prevale l’istinto di autoconservazione.
L’esperienza insegna. Parliamo del presidente che trasformò Meloni da «donna giovane e bella, leader rispettata e di grande successo» in alleata pavida e deludente, tanto da evocare un “restraining order” contro la “stalker” italiana. Non siamo ancora a una svolta, dunque. Lo dice anche la genesi dell’intervento di Trump. Venerdì sera il leader viene intercettato prima di recarsi ad un comizio in Alabama. La domanda è di Iacopo Luzi, un giornalista italiano del pool della Casa Bianca. Un commento dunque casuale, ma proba…
ROMA-NEW YORK – Maneggiano la dichiarazione con cura, come fosse kryptonite o una scheggia di euforia passeggera. Dice Donald Trump: «Con Giorgia Meloni i rapporti sono molto buoni, mi è sempre piaciuta». Folle chi si sbilancia per una risposta telegrafica, sussurrano però a Palazzo Chigi. Certo, l’operazione di ricucitura con la Casa Bianca è in campo da tempo. Gli ambasciatori si sono mossi, tra poco ne parleremo. Ma su tutto prevale l’istinto di autoconservazione.
L’esperienza insegna. Parliamo del presidente che trasformò Meloni da «donna giovane e bella, leader rispettata e di grande successo» in alleata pavida e deludente, tanto da evocare un “restraining order” contro la “stalker” italiana. Non siamo ancora a una svolta, dunque. Lo dice anche la genesi dell’intervento di Trump. Venerdì sera il leader viene intercettato prima di recarsi ad un comizio in Alabama. La domanda è di Iacopo Luzi, un giornalista italiano del pool della Casa Bianca. Un commento dunque casuale, ma probabilmente frutto di riflessioni fatte con i suoi collaboratori.
Parecchio è accaduto negli ultimi mesi. Un “movimento pacifista” si è mobilitato dopo gli insulti pubblici del presidente americano. Il perno è l’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta. Ricchissimo, potente, ascoltato da Trump. E con un’arma in più: sta contribuendo in maniera significativa alla campagna elettorale dei repubblicani in Texas e pare stia usando questa leva per favorire la ricomposizione con il Paese in cui rappresenta gli Stati Uniti. L’altro mediatore è Marco Rubio, segretario di Stato considerato il volto ragionevole di un’amministrazione imprevedibile.
Ma torniamo alla domanda originaria: quanto pesa la dichiarazione trumpiana? L’approccio giusto è calarla negli accadimenti delle ultime ore. Venerdì si è tenuta una videoconferenza straordinaria del G7. Trump ha ottenuto dagli alleati il rilascio di cento milioni di barili di diesel dalle riserve strategiche. Una misura cara al presidente Usa per provare a calmierare i prezzi in vista delle elezioni di medio termine. Ottenuta minacciando il blocco dell’export del petrolio verso i partner. Il via libera è stato talmente gradito da Trump da spingerlo a lodare la presidente del Consiglio - tra i favorevoli al via libera - ma anche gli altri big continentali: «L’Europa è stata eccezionale».
Ma non basta. Il 9 ottobre il presidente ospiterà un ricevimento alla Casa Bianca per celebrare il Columbus Day: un segnale di attenzione verso Roma, oltreché verso l’elettorato italoamericano, come pure l’occasione per parlare di nuovo bene di Meloni. Il 17 ottobre, poi, si terrà a Washington il gala annuale della National Italian American Foundation. I più coraggiosi, tra i mediatori, avevano ipotizzato informalmente una missione della premier per presentare in quella sede il libro “Io sono Giorgia”, con prefazione affidata a Trump jr. Un ostacolo, però, ha reso la possibilità meno che remota: cosa sarebbe accaduto se la premier avesse provato a essere ricevuta, senza esito? O peggio, se non ci avesse neanche provato, ignorando l’alleato? E dunque, la Niaf sta cercando di invitare il segretario di Stato Marco Rubio, anche in virtù delle sue origini italiane. Se accetterà, è probabile che venga anche il ministro degli Esteri Tajani. Del libro se ne riparlerà in un’altra occasione.
Chi tesse continua a farlo. Il primo “incrocio” tra i due leader in agenda era previsto per l’assemblea generale delle Nazioni Unite di metà settembre, ma Meloni ha clamorosamente disertato. Il prossimo potenziale incontro è a margine del G20 in Florida, a metà dicembre. Per preparare l’evento di fine anno, il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Fabrizio Saggio, che è anche sherpa dei summit, è volato l’altro ieri a Washington. A discutere di energia, economia, intelligenza artificiale. E, come sempre, per curare i rapporti con l’amministrazione. L’ipotesi, ovviamente, è che sia il vertice di Miami la sede per un faccia a faccia del disgelo: ci proveranno.
A proposito del summit rapporti con Trump: di recente la presidente del Consiglio ha anche valutato in privato di non chiudere all’idea americana di invitare Putin al prossimo G20 americano, opzione presentata proprio da Rubio in conferenza stampa con Lavrov. Un segnale che sarebbe stato gradito a Washington. Alla fine ha prevalso la cautela della premier, la stessa degli europei che non possono accettare le minacce di Mosca. Si esporrà a ridosso del G20, valutando nel frattempo l’atteggiamento russo.
Resta una domanda, per ora senza risposta: conviene davvero a Meloni ricucire con Trump, a pochi mesi dalle elezioni politiche? Ed è possibile mantenere un equilibrio, senza farsi soffocare dal suo abbraccio? È vero, il disgelo sembra avviato. Ma cosa accadrà dopo le elezioni di midterm del 3 novembre, visto che gli Stati Uniti potrebbero riprendere l’offensiva contro l’Iran? Su questo dossier Washington ha rotto con Roma, accusandola di non aver fatto abbastanza per aiutare la causa. Potrebbe succedere di nuovo.